Don Giovanni Momigli

Schema Omelia domenica 27 marzo 2022

Quarta di Quaresima Anno C: Gs 5,9-12   Sal 33   2Cor 5,17-21   Lc 15,1-3.11-32

«Un uomo aveva due figli» (Lc 15,11). Con questo incipit Gesù mette in scena tre personaggi, identificati nella loro dimensione relazionale: l’essere padre, l’essere figlio, l’essere fratello.

Relazioni che dovrebbero essere vissute in modo fecondo, ma che troppo spesso vengono vissute in modo formale oppure con difficoltà, con tensioni e conflitti. Relazioni che possono anche spezzarsi.

Nella parabola, detta per i farisei e gli scribi che mormoravano perché mangiava con pubblici peccatori (cfr Lc 15, 2), Gesù parla dell’insensata misericordia di Dio. E lo fa parlando di due figli che, chiusi in ottiche tutte materiali, sembrano incapaci di entrare nella logica dell’amore: un figlio si perde pensando di trovarsi e un figlio si è perso senza neppure rendersene conto.

Il figlio minore rappresenta ciascuno di noi, quando vediamo solo i nostri bisogni, quando intendiamo la libertà solo come assenza di vincoli, quando vogliamo solo relazioni affettive senza responsabilità, quando inseguiamo ideali inesistenti.

Il padre sa che questo suo figlio prima o poi dovrà fare i conti con la cruda realtà, che lo costringerà a crescere, ma lo lascia andare, perché l’amore è anche rispetto delle scelte e dei percorsi dell’altro.

Nella sua ricerca della libertà e di affetti senza vincoli, questo figlio minore finisce per ritrovarsi a servizio di un padrone, in situazioni degradanti.

«Allora ritornò in sé» (Lc 15,17). La fame, la dignità perduta, il ricordo della casa paterna, lo fanno ragionare e prende coscienza della situazione. Ormai, però, è entrato nella mentalità del servo, pensa addirittura di tornare nella casa paterna, non per trovare un padre, ma per cercare un buon padrone.

Il Figlio non torna a casa perché pentito delle scelte fatte, ma per necessità: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati» (Lc 15,17-19).

A Dio Padre, però, non importa il motivo per cui ci mettiamo in cammino verso di lui. A lui basta che torniamo.

Il Padre, infatti, corre incontro al figlio e non gli lascia neppure finire il discorso. La sua accoglienza e la piena reintegrazione nella dignità di figlio, rende superflua ogni richiesta e giustificazione.

Quando ci troviamo in una situazione pratica e mentale come quella in cui si viene a trovare questo figlio, dopo aver sbattuto la porta di casa, solo una persona che ci ama veramente può aiutarci a ri-trovare il vero senso delle relazioni, specialmente le relazioni d’amore.

Appena conclusa la vicenda di questo figlio, appare sulla scena il figlio maggiore. Pur essendo rimasto fisicamente nella casa paterna, sembra non si sia mai sentito figlio. È talmente distante dalle dinamiche relazionali della casa, che viene a conoscenza di quanto accade da un servo e non pronuncia mai le parole padre e fratello.

Siamo distanti gli uni dagli altri, non solo quando sfuggiamo le relazioni, come il figlio minore, ma anche quando siamo incapaci di viverle, come il figlio maggiore.

«Egli si indignò, e non voleva entrare» (Lc 15,28). La rabbia del figlio maggiore nasce dalla percezione di avere ingiustamente subito un torto, constatando che il padre non ha agito con giustizia, secondo l’umana e universale logica del dare e dell’avere.

Il padre comprende le motivazioni del figlio maggiore e non contesta la sua logica, ma gli mostra un’altra logica, che va oltre ogni calcolo «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (Lc 15,32). Una logica che risponde a una necessità superiore: «bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,32).

Dio è amore. E l’amore non si lascia rinchiudere dentro gli umani criteri di giustizia: è sempre oltre; è eccedenza. Il Dio di Gesù è proprio questo. Un Dio che, attraverso le parole di Paolo, addirittura ci supplica di lasciarci riconciliare con lui (cfr 2 Cor 5,20).

Nell’oggi della nostra storia, ovunque ci troviamo nel percorso della nostra vita, sempre e comunque, rimaniamo figli e figlie e il cuore di Dio Padre è sempre aperto anche per noi.

Non dicendo cosa sceglie di fare il figlio maggiore, la parabola resta aperta, rappresentando per ciascuno di noi un invito perenne a lasciarci abbracciare dal Padre, a riconoscersi fratelli e a fare festa insieme.

Don Momigli

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