Solenne Azione Liturgica del Venerdì Santo (Is 52,13- 53,12 Sal 30 Eb 4,14-16; 5,7-9 Gv 18,1- 19,42)
Ogni anno la liturgia del Venerdì Santo ci ripropone il brano di Isaia che parla di un misterioso personaggio chiamato «servo del Signore» e descritto come sofferente, ingiustamente perseguitato e ucciso senza una ragione. Un’immagine di violenza sempre attuale e che ci pone di fronte al mistero del male, in particolare al mistero del dolore di chi è innocente.
Per Isaia, questo misterioso servo «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4): Per questo le ferite inferte a lui sono ferite che risanano: «Dalle sue piaghe siamo stati guariti» (Is 53,5).
Il male è una realtà da combattere, ma può trasformarsi in bene se è vissuto per amore, se è vissuto per gli altri.
Senza addentraci nel mistero, basta pensare alle persone che hanno dato e danno la loro vita per il bene della libertà. Un bene che loro non possono usufruire, avendo dato la vita per conquistarlo.
La figura del servo presentata da Isaia, che per il vangelo è Gesù, ci aiuta riflettere sul racconto della passione secondo Giovanni: un brano ricco che può essere letto da varie angolazioni e che è impossibile approfondire.
Dato il contesto culturale in cui siamo inseriti, può essere utile fermarsi sulla questione della verità.
Parlando con Pilato del suo essere re, anche se di un regno che non è di questo mondo, Gesù afferma: «Io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18,37). A questo punto che Pilato dice la famosa domanda: «Che cos’è la verità?» (Gv 18,38). Alla lettera sarebbe: «cos’è verità?».
Sospesi tra la capacità di conoscere fatti oggettivi e la tendenza a interpretare questi fatti in modo soggettivo, la domanda di Pilato può anche essere riformulata con altre parole: la persona umana è capace di verità o solo di opinioni? E di quale verità si parla?
In nome di una certa verità religiosa si è ucciso e si uccide. Così come in nome di una presunta verità culturale e politica si è ucciso e si continua ad uccidere; si è fatto e si continua a fare i colonialisti.
Come molti ricordano, il giornale ufficiale dell’Unione Sovietica si chiamava Pravda (Verità). L’Unione Sovietica non c’è più, ma sul piano culturale e politico a livello generale sembra sia cambiato poco: c’è ancora chi presenta le cose come se la sua lettura della realtà e le sue “ricette” fossero la verità.
La verità, però, non può essere confusa con quelle visioni che oscurano le varie sfumature dell’umano né può avere niente a che fare con le logiche che attentano alla vita e alla dignità delle persone. Di tutte le persone.
C’è, però, un errore opposto a quello di ritenersi “padroni” della verità: quello che il cardinale Ratzinger ha definito dittatura del relativismo. Ossia, pensare che la verità sia solo un’illusione; che tutto è vero perché niente è vero; che quello che credo è vero perché mi fa stare bene.
“Credo, ma a modo mio”. È ovvio che ognuno crede con la sua personalità, ma quando si dice così di fatto si intende relativizzare il contenuto della fede.
Gesù non risponde direttamente alla domanda di Pilato. Tuttavia, conosciamo la risposta, perché l’ha già data ai discepoli nel contesto dell’ultima cena pasquale, dicendo di essere «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).
La verità non è un concetto. Non è una formula politica, una visione culturale, una definizione dottrinale o una religione, ma Gesù, che allo stesso tempo è la via per trovare la vita. Nella visione cristiana, dunque, ogni persona è capace di verità perché può incontrare Gesù, Figlio di Dio.
L’ultima parola di Gesù riportata dall’evangelista Giovanni – «È compiuto!» (Gv 19,30) – non equivale alla parola fine, che giunge al termine della vicenda miseramente fallita di Gesù di Nazaret, ma esprime la conclusione, il compimento, della missione affidatagli dal Padre.
Gesù, Messia umanamente sconfitto, con la forza dell’amore trasforma il male e anche la morte in una vita che è più forte della morte stessa. Ecco il mistero della Croce che in questa liturgia adoriamo.
«Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate» (Gv 19,35). Queste parole dell’evangelista ci ripropongono la questione della verità, ma la verità di Gesù morto sulla croce, il Figlio di Dio. Ed è una verità fragile, affidata alla debolezza della nostra fede.