Don Giovanni Momigli

Omelia Messa in Coena Domini – Giovedì 2 aprile 2026

Messa in Coena Domini (Es 12,1-8.11-14   Sal 115   1Cor 11,23-26   Gv 13,1-15)

Il solenne Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione del Signore inizia con questa celebrazione, detta in Coena Domini, e si apre con il racconto della Pasqua ebraica, tratto dal libro dell’Esodo.

Ogni ebreo, fin da piccolo, sa che è dovere dei genitori narrare ai figli quello che è avvenuto quella notte in Egitto e che è come accadesse ancora oggi per ogni membro del popolo: ogni volta che un ebreo celebra la Pasqua rivive in prima persona il dono della libertà.

Gli evangelisti Marco, Matteo, Luca e l’apostolo Paolo, che abbiamo appena ascoltato nella seconda lettura, ricordano che, al tramonto di quel giorno (14 di Nisan) Gesù siede a tavola con i suoi discepoli per celebrare il rituale domestico che commemora la liberazione del popolo ebraico dall’Egitto.

Nella Pasqua ebraica si mangia il pane azzimo, spezzato e condiviso dal capofamiglia, e si bevono quattro coppe di vino. In questo clima pasquale, Gesù compie gesti e pronuncia parole di straordinaria unicità, che cambiano totalmente significato ai gesti compiuti: ««Questo è il mio corpo, che è per voi… Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue» (1 Cor 11,24-25).

Gesù stabilisce con l’umanità un patto senza condizioni. Dona sé stesso, l’intera sua persona – corpo e sangue – nel segno del pane e del vino, senza chiedere nulla in cambio.

«Fate questo in memoria di me» (1 Cor 11,24). Ogni volta che si ripetono quei gesti e si dicono quelle parole si rende presente la morte e risurrezione del Signore, come acclameremo dopo la consacrazione: «Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo al calice annunciamo la tua morte, Signore, fino alla tua venuta».

Ogni volta che celebriamo l’eucaristia, dunque, viviamo e ci nutriamo della presenza reale del Signore.

Più che con un discorso rivolto alla nostra ragione, Gesù parla al nostro cuore con alcuni gesti accompagnati da alcune parole. Gesti che recano in sé una forza straordinaria, che chiamano in causa la nostra esperienza umana.

Il memoriale della Cena condensa, in un’unica celebrazione, la postura di Gesù, nella quale già si scorge la sua imminente consegna totale sulla croce.

Come sappiamo l’evangelista Giovanni, anziché l’episodio del pane e del vino, narra il gesto di lavare i piedi ai commensali, introducendolo in modo solenne: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1).

Lavare i piedi è un atto riservato e servi e schiavi e mette in crisi i discepoli, iniziando da Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!» (Gv 13,8). Un gesto che mette in crisi anche noi, giacché sconvolge ogni tipo di gerarchia umana.

Gesù è il Signore e il Maestro ponendosi al servizio. Un servizio totalizzante e totale: dona sé stesso nel pane, nel vino e facendo quello che è un compito da servi e schiavi.

Nella cena di Pasqua, Gesù ci lascia due modalità di memoria intimamente connesse e che vanno vissute insieme. Il pane e il vino in memoria di lui; lavare i piedi a chi mangia e cammina con noi: «Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13.15).

Don Momigli

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