Don Giovanni Momigli

Omelia Giovedì 1° gennaio 2026

Solennità di Maria Madre di Dio (Nm 6, 22-27   Sal 66   Gal 4,4-7   Lc 2,16-21)

Nel primo giorno di un nuovo anno, ultimo giorno dell’Ottava di Natale, veniamo nuovamente immersi mistero del Verbo di Dio che si è fatto carne nel grembo di Maria

Maria Madre di Dio: è a lei che in questo giorno la Chiesa indirizza lo sguardo del nostro cuore e della nostra mente. E Maria ci rimanda a Gesù, ci parla di Gesù, ci conduce a Gesù.

L’Apostolo Paolo esprime questo mistero dicendo che «Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4). Le parole “nato da donna” risuonano oggi nel nostro cuore e ci ricordano che Dio si è fatto veramente uomo; che il Verbo si è fatto carne e si svela nella fragilità umana.

L’affermazione “nato da donna” si oppone in modo radicale alla tentazione, che oggi affascina tante persone, di fabbricarsi un Dio su “misura”, “astratto”, collegato a una vaga idea religiosa o a qualche buona emozione.

Il Dio cristiano è concreto: è nato da donna, ha un volto e un nome, Gesù, si mostra nella fragilità di un bambino e ci chiama ad avere una relazione con lui.

I pastori andando a vedere con i propri occhi quanto l’angelo aveva loro annunciato, non videro segni straordinari o manifestazioni grandiose, ma «trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia» (Lc 2,16). Trovano un neonato bisognoso delle cure della mamma, bisognoso di fasce e di latte, di carezze e di amore.

Eppure, con la nascita di questo bambino la storia trova la sua compiutezza: «quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4). Con l’incarnazione del Verbo l’eternità è entrata nella storia e la storia ha acquisito il suo senso autentico.

La pienezza dà senso al cammino umano, ai giorni e agli anni, ai segmenti della storia personale e della storia universale.

Il frammento non ha l’armonia dell’insieme, tuttavia, nel Verbo fatto carne, anche un piccolo frammento trova il suo senso pieno, divenendo tempo di grazia e di responsabilità.

Il fatto che il Figlio è nato da donna rende accessibile a noi la sua esperienza filiale: nato da donna «perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,5).

Paolo, rifacendosi alla prassi legale dell’Impero, con il termine adozione evidenzia un cambiamento di identità: chi è adottato diviene figlio; cambia il suo sguardo verso il padre. In Cristo si diviene figli, si cambia lo sguardo verso Dio Padre.

La preghiera cristiana, più esattamente l’azione dello Spirito nella preghiera dei credenti in Cristo, per Paolo è la dimostrazione del nostro essere figli nel Figlio Gesù: «E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: “Abbà! Padre!”» (Gal 4,6).

Con le sue parole, Paolo ci fa contemplare il Natale del Signore nella sua concretezza storica e ci pone davanti alla nostra dignità, alla nostra identità di figli che guardano a Gesù come sorgente inesauribile di speranza.

Ed è con questa sorgente inesauribile di speranza che siamo chiamati a guardare al nuovo anno. Il tempo che ancora abbiamo davanti è, insieme, dono e compito; un’opportunità e una chiamata alla responsabilità.

Dobbiamo riconoscere che umanamente, più che con speranza, siamo tentati di guardare al domani con smarrimento, scetticismo e fatalismo. E allora – come scrive Leone XIV nel messaggio per la pace 2026: «Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace… Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica».

In un contesto fortemente conflittuale come l’attuale, «Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana» (Leone XIV, La pace sia con voi. Verso una pace disarmata e disarmante).

La speranza cristiana non promette il paradiso in terra, ma fonda una responsabilità storica più esigente.

Per poter camminare con speranza è necessario custodire gli eventi nel nostro cuore e leggerli con lo sguardo di Dio, come ha fatto Maria.

Affidiamo questo nuovo anno – l’intera nostra vita, la nostra comunità e il mondo intero – all’intercessione materna di Maria. Invochiamola fiduciosi: Santa Maria Madre di Dio, prega per noi peccatori, ora e nell’ora della nostra morte. Amen.

Don Momigli

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