Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 9 novembre 2025

Dedicazione della Basilica Lateranense (Ez 47, 1-2.8-9.12   Sal 45   1Cor 3,9-11.16-17   Gv 2, 13-22)

Al posto della XXXII domenica del Tempo Ordinario, oggi celebriamo la Dedicazione di due Chiese importanti: la cattedrale di Santa Maria del Fiore, che si festeggia la domenica dopo il 2 novembre, e la Basilica Lateranense, chiamata “madre e capo di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe“, che ogni anno festeggiamo il 9 novembre.

La Basilica Lateranense è stata la prima ad essere costruita dopo l’editto dell’imperatore Costantino che, nel 313, concesse ai cristiani la libertà di praticare la loro fede.

La dedicazione di questa importante Basilica viene celebrata per esprimere amore e venerazione per la Chiesa romana che, come afferma sant’Ignazio di Antiochia, «presiede alla carità» dell’intera comunione cattolica (Ai Romani, 1, 1). E celebrare la dedicazione della cattedrale di Santa Maria del Fiore esprime l’unità della chiesa fiorentina attorno al suo vescovo. Con queste celebrazioni non si intende certo conferire all’edificio sacro quello che non gli è proprio.

È attraverso Gesù che il Padre riversa su di noi la sua misericordia, non perché frequentiamo un edificio, anche se bello, maestoso e solenne.

La Parola di Dio proposta in questa solennità non lascia dubbi: Gesù è il vero tempio di Dio Padre. Come annota l’evangelista Giovanni al termine del brano del Vangelo che abbiamo ascoltato: «egli parlava del tempio del suo corpo» (Gv 2,21).

Con Cristo e in Cristo, ogni battezzato è tempio di Dio: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1 Cor 3,16).

Tempio di Dio non è la chiesa di pietra o di mattoni, ma la Chiesa comunità credente: «edificio spirituale» costruito da Dio con le «pietre vive», quelle dei cristiani, sopra l’unico fondamento che è Gesù Cristo, paragonato a sua volta alla «pietra angolare» (cfr 1 Cor 3,9-11.16-17; 1 Pt 2,4-8; Ef 2,20-22).

Come dice anche la lettera agli Ebrei: la casa di Dio «siamo noi se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo» (Eb 3,6). Ossia, siamo casa di Dio se manteniamo la libertà dei figli di Dio donataci da Cristo e se camminiamo nella speranza propria di chi è in Cristo.

L’edificio in cui si riuniscono i cristiani per pregare è luogo santo solo perché in esso si riuniscono persone consacrate dal battesimo.

Chi crede in Gesù Cristo sa che non esiste «sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,12) e, a differenza di altre esperienze religiose, non attribuisce al luogo di culto nessuna valenza particolare, così come il suo culto non consiste in preghiere e sacrifici per “strappare” alla divinità una certa benevolenza.

Non sono le azioni umane a muovere Dio verso di noi: Dio ci ha amato prima ancora di ogni nostro gesto, di ogni nostra offerta, di ogni possibile merito.

Per questo il rapporto del cristiano con Dio è essenzialmente eucaristia; è rendimento di grazie ed ispirato dalla fiducia e dalla confidenza.

Il cristiano si fida talmente di Dio che, come gli ha insegnato Gesù, inizia la sua preghiera dicendosi disposto a “fare la sua volontà”: solo dopo avanza la richiesta del pane, del perdono, del sostegno nella lotta contro il male.

Può sorprendere sentire dal Vangelo che Gesù “s’indigna” e che decide di agire con impeto per scacciare «tutti fuori del tempio» (Gv 2,15), ma occorre tener presente quello che c’è in gioco.

I figli di Israele possono pregare nei cortili del tempio a loro assegnati, gli stranieri, invece, possono pregare solo nel “cortile dei pagani”. Lo spazio per la preghiera di tutti è stato trasformato in mercato, introducendoci il “dio” del profitto, magari a scapito dei più poveri, tradendo la vocazione di Israele: essere una casa per tutti, una luce accesa per i popoli.

L’assemblea dei credenti in Cristo è Chiesa che vive alcune tensioni feconde: è segno di unità, nel rispetto delle diversità; è convocata per celebrare ma anche chiamata a disperdersi per testimoniare l’esperienza dell’amore che salva; è segnata dal peccato ma anche riconoscente per il perdono ricevuto.

Confidare nella materialità, quella del tempio come quella riposta nei vari atti di culto, tradisce la fede nell’unicità di Cristo come unico salvatore.

Celebrare la dedicazione di una chiesa, pertanto, non dice che si confida nelle opere umane, ma richiama la comunità che in essa prega, perché dove due o tre sono riuniti nel nome di Cristo è in mezzo a loro.

Don Momigli

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