XXXII domenica Tempo ordinario anno A (Sap 6,12-16 Sal 62 1Ts 4,13-18 Mt 25,1-13)
Le domeniche conclusive dell’anno liturgico orientano la nostra riflessione verso gli “ultimi tempi”, per sottolineare che la storia ha un suo senso ben preciso: l’incontro col Signore risorto.
In questa domenica viene messo a fuoco il modo con cui ci si prepara a questo incontro, attraverso la nota parabola delle dieci vergini, cinque stolte e cinque sagge.
Il contesto è quello di un matrimonio celebrato secondo l’uso ebraico del tempo. Si tratta di un matrimonio dal valore simbolico: lo sposo è certamente il Signore Gesù, il cui ritorno è atteso in un futuro imminente ma non prevedibile. Ci sono le amiche della sposa, ma non si fa cenno alla sposa: forse per far capire che la sposa è la comunità credente che aspetta il suo Signore.
L’atteggiamento delle dieci ragazze è formalmente identico, ma sostanzialmente diverso. Tutte e dieci preparano la lampada, si mettono ad aspettare lo sposo e si addormentano per il protrarsi dell’attesa.
Solo cinque «insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi» (Mt 25,4). Particolare sostanziale che consente all’evangelista di definirle sagge, a differenza delle altre che vengono dette stolte.
La saggezza non va confusa con il sapere e non la si acquisisce con la sola conoscenza. Per la Bibbia, il saggio non è una persona che sa tante cose, ma una persona che sa vivere con gioia e serenità anche nei momenti di prova più difficili.
Non ci può essere saggezza senza desiderio. La sapienza della vita va desiderata e la sapienza «si lascia trovare da quelli che la cercano» (Sap 6,12). La ricerca stessa è segno di sapienza e apre alla sapienza.
Costitutiva della sapienza della vita è l’umiltà. Solo la giusta misura di sé stessi impedisce l’autoreferenzialità e la superbia. E anche la stoltezza.
Cinque ragazze vengono definite stolte per la loro superficialità: mancano di responsabilità e di capacità di progettare il futuro. Per di più pretenderebbero che le altre dessero loro quello che non può essere dato: «Dateci un po’ del vostro olio» (Mt 25,8).
L’olio della lampada, che non può essere prestato o dato in dono, è una buona immagine della vita interiore, della vita spirituale personale, che nessuno può coltivare per noi.
La stupidità attribuita alle cinque ragazze, quindi, non si riferisce all’intelletto, ma alla dimensione umana, che, in questo caso, dice mancanza di desiderio e negligenza nel prepararsi all’incontro.
Nella Bibbia la stupidità è ritenuta più pericolosa della cattiveria: «Meglio incontrare un’orsa privata dei cuccioli che uno stupido in preda alla follia» (Prov 17,12).
La saggezza presuppone e genera senso di responsabilità e capacità di vita interiore. Nella vita umana non c’è mai niente di scontato, neppure riguardo alla fede.
La saggezza della vita è frutto del desiderio e mantiene vivo il desiderio dell’incontro col Signore e questo desiderio porta ad essere previdenti e accorti.
Il desiderio che il Signore arrivi è la molla segreta della nostra esistenza, che la prepara all’appuntamento e ci rende perseveranti nella fede.
Per essere cristiani è indispensabile la fede. Per vivere da cristiani è necessaria anche della sapienza, che ci istruisce, ci introduce nella logica del Regno e ci predispone all’incontro col Signore nella certezza che la morte non ha l’ultima parola, ma è una soglia verso la definitiva comunione con il Signore, come ci ricorda la seconda lettura.
La parabola è un invito a risvegliare il desiderio, a cercare Dio nel quotidiano, a lasciarsi trasformare da lui e ad assumere la responsabilità nei confronti della storia e del futuro.
Questa parabola ci dice anche che le risposte più vere si trovano soltanto desiderando il bene e ascoltando la parola di Dio; e ci presenta un’immagine del giudizio che ci attende dopo la morte, il cui esito lo si gioca oggi, nel qui e ora della storia.