III domenica di Quaresima anno A (Es 17,3-7 Sal 94 Rm 5,1-2.5-8 Gv 4,5-42)
L’immagine che segna questa terza domenica di quaresima è quella dell’acqua, connessa al bisogno della sete.
La prima lettura ci mette subito di fronte a questa realtà: «il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua» (Es 17,3).
La difficoltà del cammino porta il popolo a ribellarsi contro chi li ha liberati dalla schiavitù egiziana, mettendo in luce come vivere nella libertà, con tutte le sue incognite e rischi, sia sempre difficile.
Il popolo si ribella contro Mosé: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?» (Es 17, 4). Ma prima di tutto si ribella contro Dio stesso, ponendosi una domanda che anche oggi sembra attuale: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?» (Es 17,7). Il Signore risponde alla sete del popolo facendo scaturire acqua da una roccia.
Da sempre la sete indica il desiderio. Soprattutto quel desiderio profondo e umanamente incolmabile che portiamo nel cuore: il desiderio di essere amati. È un desiderio che non si colma mai fino in fondo, non ci sembra mai di essere amati abbastanza. E allora ci mettiamo a cercare, a volte anche nei luoghi sbagliati, dove non c’è l’acqua che cerchiamo.
A questo riguardo, il brano del Vangelo si presenta in tutta la sua straordinaria ricchezza. La scena descritta dell’evangelista si svolge attorno a un pozzo, dove è presente un viandante, Gesù, che chiede da bere a una donna samaritana giunta ad attingere acqua.
Tutto sembra casuale, ma il dialogo che nasce porta molto più lontano. All’apparenza c’è un uomo che chiede a una donna che è in grado di soddisfare la sua domanda. In realtà quest’uomo può offrire molto di più di quello che la donna immagina.
Anzitutto, emerge un dato storico: per un ebreo del tempo di Gesù è anomalo chiedere da bere a una donna; chiederlo a una samaritana è addirittura scandaloso. Poi il racconto prosegue. Unendo l’ironia e l’uso del fraintendimento proprio dello stile dell’evangelista, ci viene presentato un percorso che porta la donna alla fede in Gesù.
All’inizio Gesù è semplicemente un giudeo. Un uomo che appartiene a un popolo in continuo contrasto con quello della donna e che le si rivolge sfidando le convenzioni sociali e ponendosi addirittura in una posizione di bisogno nei suoi confronti: «Dammi da bere» (Gv 4,7).
Giocando sull’equivoco, il dialogo fra i due va avanti: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4,10); «non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva?» (Gv 4,11).
Quando il clima si è sciolto, Gesù cambia improvvisamente discorso coinvolgendola sul piano delle sue relazioni intime: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui» (Gv 4,16). Dopo che la donna gli ha confessato di non avere marito, Gesù dimostra di conoscerla bene – «hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito» (Gv 4,18) – aiutando la donna di fare un passo ulteriore sulla sua identità: «Signore, vedo che tu sei un profeta!» (Gv 4,19).
A questo punto il discorso si sposta sulla verità del culto e la donna raccogliere la testimonianza di Gesù che ammette di essere lui il messia atteso.
Le parole di Gesù hanno fatto breccia nel cuore della samaritana, suscitando domande prima nascoste e rendendola apostola, anche se ai suoi compaesani non presenta una professione di fede, ma un interrogativo: «Che sia lui il Cristo?» (Gv 4,29).
Annunciare il Vangelo non significa, anzitutto, raccontare delle verità, anche se rivelate, ma portare la propria esperienza. Questa donna si è sentita ascoltata, capita, accolta e anche amata. È questa sua esperienza che la spinge a dire alla gente: «Venite a vedere» (Gv 4,29).
Quando si dice che essere cristiani significa essere missionari, non ci si riferisce al dovere di annunciare Gesù, ma alla necessità di comunicare l’esperienza di lui, di raccontare come lui si è fatto vicino per incontrarci, accoglierci, amarci.
Come la Samaritana, chiunque incontra Gesù vivo sente il bisogno di raccontarlo agli altri, così che tutti arrivino a confessare che Gesù «è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42), come dissero poi i compaesani di quella donna.