Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 8 febbraio 2026

V domenica del Tempo Ordinario anno A (Is 58,7-10   Sal 111   1Cor 2,1-5   Mt 5,13-16)

Subito dopo aver proclamato le Beatitudini, Gesù dice parole chiare sull’identità dei discepoli: «Voi siete il sale della terraVoi siete la luce del mondo» (Mt 5,13.14). Come dire: chi viene dietro a me, accoglie la logica delle Beatitudini ed è sale e luce per il mondo.

Le immagini del sale e della luce definiscono l’identità e il ruolo dei discepoli di Gesù: essere discepoli significa mettersi al servizio, spendersi, donarsi, operare senza cercare il solo tornaconto personale.

Gesù non chiede una sterile pratica esteriore, ma un attivo impegno per custodire l’amore tra fratelli e sorelle. Il servizio agli ultimi, le relazioni concrete d’amore verso il prossimo sono ciò che Dio davvero ama e richiede dai suoi discepoli, dal suo popolo.

«Voi siete il sale della terra» (Mt 5,13). Il sale, nel mondo antico, era qualcosa di prezioso: salario è parola legata al sale inteso come mezzo di pagamento.

Gesù usa l’immagine del sale in relazione al sapore che dà ai cibi. Va messo con accortezza: non si vede perché si scioglie, ma ci si accorge quando non c’è e anche quando ce né troppo. Come dire: la presenza cristiana non si caratterizza per la sua visibilità, ma per il sapore che sa dare alla realtà.

Nel mondo scarseggia il sapore di amore, il sapore di verità, il sapore di giustizia, il sapere di impegno per la vita, per la dignità delle persone e per il bene comune, ma questo non deriva dal fatto che, come cristiani, siamo meno visibili, ma dal fatto che anche come cristiani seguiamo le logiche del mondo e non quelle del Vangelo.

Gesù usa parole severe nei confronti dei discepoli che non riescono a dare sapore perché loro stessi mancano di sapore: «se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente» (Mt 5,13).

«Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,14). L’immagine della luce sembra opposta a quella del sale, chiamato a scomparire per dare sapore. Ma anche l’essere luce richiama al servizio. Non si è luce per sé stessi, ma per gli altri. E si è luce solo se illuminati da Cristo, come la luna risplende perché illuminata dal sole.

Si è luce se il nostro agire è buono: «risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16).

La stessa voce dei profeti è richiamo a quell’orientamento di fondo che deve guidare il credente: è richiamo a una fede in cui l’incontro con Dio non si attua se non nell’incontro con l’umanità ferita, nel prendersi cura della sofferenza e dei pesi che segnano la vita:«Non consiste forse [il digiuno che voglio], nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?» (Is 58,7).

Non si è luce attirando l’attenzione su sé stessi, ma facendo risaltare qualcosa di altro, rendendo visibili i contorni delle cose. Per vedere nella notte non ci si punta una torcia addosso, ma la si indirizza su quello che sta attorno: per vedere di giorno non si guarda il sole, ma le cose illuminate dal sole.

Sale e luce non perché migliori, ma perché fondati sulla fede nel Dio di Gesù Cristo. E questo fondamento porta ad essere presenza nascosta e silenziosa, presenza visibile e luminosa attraverso una vita diversa, “alternativa”.

Come dice Paolo nella seconda lettura, il nostro annuncio non deve essere basato su discorsi umani, ma sullo Spirito di Dio e sulla sua potenza: «Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (1 Cor 2,2).

Facendo propria la logica delle Beatitudini, la fede si traduce in “opere buone”, nell’amore per gli altri concretamente vissuto. È così che diventiamo sale e luce, facendo prendere sapore alla vita e impedendo che il mondo si perda nel buio.

Don Momigli

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