Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 4 ottobre 2026

XXVII domenica Tempo ordinario anno A (Is 5,1-7   Sal 79   Fil 4,6-9   Mt 21,33-43)

La prima lettura e il Vangelo ci parlano del fare: il fare di Dio che attende un fare umano come risposta. Un fare che è dentro una relazione feconda. Il fondamento del fare di ogni persona è la fede nel fare di Dio.

Il fare di Dio per la sua vigna è un lavorare che ne esprime l’amore: «Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino» (Is 5,2).

Come scrive Paolo ai Tessalonicesi, l’amore è un lavoro, una fatica: «La fatica dell’amore» (1 Ts 1,3), che esige un’ascesi, un percorso spirituale, una pratica di vita.

L’amore di Dio nutre un’attesa nei confronti dell’amato. L’amore che non si attende nulla è astrazione. E anche Dio si attende qualcosa in risposta al suo amore: «Si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi» (Is 5,7).

Nelle parole di Isaia, la vigna è immagine del popolo di Israele e il proprietario della vigna è immagine di Dio stesso, che si attendeva un buon raccolto mentre la vigna ha prodotto uva selvatica: il Signore si è preso cura del suo popolo, ma il popolo ha risposto con l’ingiustizia e perfino con spargimento di sangue e grida di oppressi.

Alla luce delle parole di Isaia, il senso della parabola narrata da Gesù è chiaro: il comportamento dei contadini rappresenta quella parte del popolo di Israele che rifiuta di accogliere l’agire di Dio e risponde con la violenza, nonostante che Dio continui a inviare sui profeti per richiamare il popolo sulla retta via.

Questa parabola, che fa seguito a quella dei due fratelli a cui il padre chiede di andare a lavorare nella vigna ascoltata domenica scorsa, si colloca in un momento di forte tensione fra Gesù e i rappresentanti religiosi del suo tempo. Ormai sembrano due mondi lontani e incompatibili fra loro.

Al termine del racconto, Gesù domanda ai capi del popolo: «Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a questi contadini?» (Mt 21,40). Presi dalla logica della narrazione, i capi pronunciano da sé stessi la loro condanna: il padrone – dicono – punirà severamente quei malvagi e affiderà la vigna «ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo» (Mt 21,41).  E Gesù attualizza la loro risposta: «Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» (Mt 21,43)

Il Signore non rinnega la sua vigna e non smette di amare il suo popolo: cambia i vignaioli.

Con questa parabola molto dura, Gesù mette i suoi interlocutori di fronte alla loro responsabilità e lo fa con estrema chiarezza. Ma questo ammonimento non vale solo per loro, ma per tutti i tempi e vale anche per noi.

Tutti noi che ci riferiamo a Gesù dicendo di credere in lui, dobbiamo sempre ricordare che la vigna è del Signore, non nostra. E che Dio si aspetta i frutti della sua vigna da coloro che ha mandato a lavorarla. Frutti di giustizia, come ricorda Isaia.

Se i credenti ai quali Dio ha affidato il suo Regno, la sua Chiesa e il suo progetto di salvezza per tutti i popoli, non rispondono e tradiscono il loro mandato, Dio li farà “perire” e li sostituirà.

Il comportamento dei contadini a cui è affidata la vigna denuncia un pericolo sempre presente: lo scandaloso emergere della violenza in ambito religioso.

In ambito ecclesiale la violenza non riveste forme clamorose, come la violenza fisica, ma forme più sottili come il non ascolto, il rifiuto, l’emarginazione, il disprezzo, la non accoglienza e anche la pressione, il ricatto (allora…) e pure l’abuso psicologico. Queste forme sottili non sono meno scandalose delle altre e certamente non sono la risposta di giustizia che il Signore si aspetta per il suo amore.

San Paolo, nella seconda lettura, ci dice come essere buoni operai della vigna del Signore: «Quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8).

Credere dona gioia e senso di vita, ma non è sempre un’esperienza facile. Gesù è la pietra d’angolo, ma anche di inciampo (Mt 21.42.44). Interpella in prima persona, come singoli e come comunità, e chiede di non rimanere fermi ma di mettersi in gioco senza riserve.

Don Momigli

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