Seconda domenica dopo Natale anno A (Sir 24,1-4.12-16 Sal 147 Ef 1,3-6.15-18 Gv 1,1-18)
Il “clima natalizio” non sempre aiuta a riflettere e soprattutto a vivere il mistero del Natale. Con i preparativi e i riti mondani, ma anche con certe pratiche religiose, spesso rischiamo di oscurare e di rendere inefficace per la nostra vita e per quella del mondo la vera realtà del Natale.
È pertanto una buona cosa che in questa seconda domenica dopo Natale – che si celebra solo in quegli anni in cui cade tra il 2 e il 5 gennaio – la liturgia riproponga il Prologo del Vangelo di Giovanni.
Fra le tante sollecitazioni, potremmo cogliere l’itinerario di quella sorta di viaggio intrapreso da Dio per venire incontro e rivelarsi a tutti gli esseri umani. Un viaggio che, con angolature e accenti anche profondamente diversi, ci viene presentato sia dalla prima lettura, tratta dal capitolo 24 del libro del Siracide, che dal Prologo del Vangelo di Giovanni.
Il Siracide ci parla della sapienza che proviene da Dio e diviene accessibile perché pianta la sua tenda in mezzo agli uomini (Cfr Sir 24,8).
I saggi di Israele, come il Siracide, sanno bene che ogni esperienza della vita ha un senso, in quanto esperienza di un mondo che non esisterebbe se Dio non lo avesse creato: ogni esperienza di vita diviene esperienza di Dio e ogni vera esperienza di Dio diviene esperienza di vita.
Gli esseri umani, in primis il popolo di Israele, non ascoltano la parola della sapienza che viene dal creatore della vita. E allora Dio fa un passo ulteriore e definitivo: il Verbo che era fin dal in principio, «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).
Il Verbo, che era presso Dio e che era Dio, ha preso la nostra stessa carne, è entrato a far parte della nostra storia. Una storia fatta anche di tenebre, di dubbio, di dolore e pure di cattiveria.
Ma Dio, nel Verbo fatto carne, ci raggiunge dove siamo per dialogare con noi, per rischiarare ogni tenebra, per far emergere quello che di buono e di bello c’è nella nostra vita.
La luce del Verbo fatto carne illumina il buio dentro di noi, attraversa l’oscurità del nostro tempo e ci permette di purificare ogni errata idea di Dio che l’essere umano si è costruita nel tempo.
Se diciamo di credere in Dio non possiamo eludere la domanda che accompagna questa affermazione: in quale Dio credo? Nel dio che ci siamo costruiti in base alla nostra immaginazione? Nel dio che coincide con i nostri bisogni e le nostre aspettative?
La conclusione del Prologo ci aiuta a mettere a fuoco aspetti essenziali della nostra fede e della nostra relazione con Dio, che è Padre: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che ce lo ha rivelato» (Gv 1,18).
Solo Gesù, il Figlio, ci può rivelare il volto autentico del Padre. Solo lui è la luce che le tenebre non possono vincere, una luce che rischiara anche le pieghe segrete della nostra vita.
Avvicinandoci a Gesù, Parola fatta carne, il nostro volto viene illuminato e siamo svelati anzitutto a noi stessi. Ma quella luce ci fa anche intravedere lo sguardo misericordioso di Dio su di noi.
Con l’incarnazione del Verbo nel mondo non risuona più solo la Parola: è presente Colui che parla. La Parola è una persona: ha il volto di Gesù di Nazaret, che rivela il volto del Padre.
Accogliere e annunciare il Vangelo, pertanto, significa primariamente riscoprire il volto di Cristo, ritornare a lui con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze.
È Cristo la nostra via, la nostra sapienza, la nostra luce. Accoglierlo ci fa vivere la gioia di essere figli di Dio e ci fa partecipare attivamente alla sua opera di salvezza, facendo della nostra vita una dimora stabile della sua presenza e una benedizione per il mondo.