XIII Tempo ordinario anno A (At 3,1-10 Sal 18 Gal 1,11-20 Gv 21,15-19)
«Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10.38). Prendere la croce per noi è diventata una metafora, un modo per riferirsi alle difficoltà della vita, ma per Gesù è tutt’altra cosa ed è collocata in tutt’altro orizzonte. Basta pensare che al tempo in cui Gesù ha pronunciato questa frase, la croce era un’immagine atroce: si riferisce al momento in cui il condannato a morte viene caricato della trave orizzontale della croce e condotto alla morte frustato a sangue dai soldati e ingiuriato dalla folla.
Avendo addolcito il Vangelo con interpretazioni di comodo, ci illudiamo di essere cristiani continuando per la nostra strada, con i nostri criteri, ma Gesù non ha mai illuso nessuno e mai fatto discorsi suadenti.
Come appare dal brano del Vangelo di oggi, ancor prima che le persone da lui chiamate e inviate partano per la missione, Gesù chiarisce che essere suoi discepoli è un’impresa piena di rischi e per affrontarla è necessario compiere alcune scelte fondamentali.
«Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me» (Mt 10,37). Nel Bibbia, compresa la predicazione di Gesù, la famiglia è un valore fondamentale, ma amare Gesù è valore più grande. Essere discepoli di Gesù è la radice anche del valore della famiglia ed evita che, assolutizzando le logiche familiari, si prendano strade sbagliate.
L’amore verso i genitori e i figli diventa pienamente fecondo e produce frutti di bene nella famiglia stessa e molto al di là della famiglia, solo quando è animato e purificato dall’amore per il Signore. La fedeltà a Gesù costituisce il criterio decisivo per costruire la vita e impedisce di scendere a compromessi impossibili, e anche a palesi tradimenti, pur di difendere la tranquillità e la sicurezza familiare.
Non c’è vero amore senza croce, senza un prezzo da pagare di persona. E non serve agitarsi per preservare la propria vita, con un atteggiamento difensivo ed egoistico: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,39).
Se non avessimo rimpicciolito, per renderle accettabili, le esigenze che Gesù pone a chi intende seguirlo, avremmo una profondità di fede e anche uno spessore di maturità umana ben più alti di quanto sembra caratterizzare noi praticanti di oggi.
Se la nostra generazione si fosse costruita su valori veri e avesse avuto il coraggio di assumere la croce dell’incomprensione per coerenza a questi valori, sicuramente avremmo trasmesso un altro orizzonte di vita e non ci troveremmo oggi a dover fare i conti con una molteplicità di croci che hanno un segno assai diverso della croce di Cristo.
Non si tratta semplicemente di compiere alcune scelte particolari, ma di entrare in una logica nuova, diversa da quella che sembra prevalere nel mondo e anche nelle nostre famiglie. Una logica che il cristiano acquisisce attraverso l’ascolto della parola di Dio: un ascolto fatto con gli orecchi del cuore e con il coraggio di guardarci dentro senza pudori.
Un cuore che non ascolta è quello che batte al ritmo di sensazioni ed emozioni, che si è indurito per l’abitudine e per la paura di guardare in faccia la vita e la morte.
Un cuore che ascolta, invece, è quello che si lascia smascherare, mettendo a fuoco, simultaneamente, il proprio abisso di miseria e la propria tensione verso una vita compiuta.
La pienezza della vita e della gioia si trova donando sé stessi per il Vangelo e per gli altri con apertura e benevolenza.
Accogliendo le persone che Dio mette sul nostro cammino, possiamo sperimentare la generosità e la gratitudine di Dio, come ci ricorda Gesù: «Chi accoglie voi accoglie me […]. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli […] non perderà la ricompensa» (Mt 10,40; 42).
La gratitudine generosa di Dio Padre tiene conto anche del più piccolo gesto di amore e di servizio alla verità e alla persona reso ai fratelli e alle sorelle. Tiene conto anche di un sorriso e di un saluto che fa sentire meno anonimi e meno soli.