XXX domenica Tempo ordinario anno A (Es 22,20-26 Sal 17 1Ts 1,5-10 Mt 22,34-40)
Il pio israelita, generalmente, conosceva a memoria tutte le regole a cui attenersi. I mastri ebrei ne avevano contate 613. Il rischio era quello di considerarle tutte sullo stesso piano, quasi fossero di uguale importanza: questo aveva aperto una discussione tra i rabbini su quali fossero i comandi più importanti.
«Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?» (Mt 22,36). La domanda che il dottore della legge rivolge a Gesù è legata al dibattito di quel tempo, anche se fatta per metterlo alla prova. Ed è una domanda che manifesta una mentalità precisa, largamente diffusa ancora oggi: la convinzione che la vita di fede sia fatta di precetti da osservare, di regole da seguire.
Gesù scardina questo modo di pensare la relazione con Dio: ricordando due testi dell’Antico Testamento, afferma che i comandamenti più importanti sono quelli dell’amore. Amore per Dio. Amore il prossimo come per sé stessi.
Sebbene il dottore della Legge abbia chiesto a Gesù solo quale sia il grande comandamento, Gesù ritiene che l’amore per Dio sia non solo il grande comandamento, ma anche il primo E da questo ne scaturisce un altro, che non è solo amore per il prossimo, ma un appello innanzitutto ad amare sé stessi.
I verbi usati sono al futuro. La Scrittura non dice ama, bensì amerai. L’amore è pensato come un atteggiamento che crea relazione e che apre al futuro, per sé stessi e per gli altri. Chi non ama si chiude nel presente e non costruisce nessun futuro. Chi ama osa il domani, progetta, si getta in avanti, e costruisce la speranza.
Per Gesù l’amore verso Dio è il primo comandamento, perché l’amore ha il suo fondamento in Dio che è l’amore stesso. Tuttavia, amare Dio rischia di diventare un’idea astratta e persino falsa se questo amore non si concretizza nell’amare sé stessi, il proprio fratello e la propria sorella.
L’amore per Dio è allo stesso tempo concreta accoglienza dell’altro, come appare chiaramente nella legislazione antico testamentaria e in parte riportata nella prima lettura.
Se prestiamo attenzione a quanto dice il brano del libro dell’Esodo che abbiamo ascoltato notiamo che si tratta di una legislazione alquanto avanzata e che ha da dire molto anche per noi oggi.
Amare il prossimo, già nell’antico Testamento, significa accogliere il forestiero e venire incontro al povero, descritto con la categoria della vedova e dell’orfano che all’epoca erano privi di tutela sociale.
Il comando di amare il prossimo come sé stessi, significa anche che, amando il prossimo, amo veramente me stesso. L’amore per il prossimo, con un nome, un volto, una storia, mi apre alla realtà e mi spinge a uscire da me stesso, liberandomi dall’abbraccio soffocante del mio io.
Amore per gli altri e amore per sé stessi spesso vengono contrapposti, come se uno fosse virtuoso e uno peccaminoso. In realtà sono profondamente interdipendenti.
Amare gli altri non è un dimenticare sé stessi, perché implica la capacità di sviluppare e nutrire un sano amore per sé stessi, senza il quale non si ama neppure l’altro.
Se è vero che bisogna amarsi per amare, è altrettanto vero che uscire da sé stessi cura l’egoismo opprimente. Accettarsi per accogliere. Accogliendo ci si accetta.
Conoscere qualcosa su Dio e amarlo Dio non sono la stessa cosa. La concretezza dell’amore per sé stessi e per il prossimo è criterio di autenticità del nostro amore per Dio.
«Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22,20). Come dire: seguire norme e precetti è inutile e illusorio, se manca l’amore.