Don Giovanni Momigli

Omelia Domenica 24 maggio 2026

Solennità di Pentecoste anno A (At 2,1-11   Sal 103   1Cor 12,3-7.12-13   Gv 20,19-23)

La solennità di Pentecoste, situata dagli Atti degli Apostoli al cinquantesimo giorno dopo la Pasqua, celebra il dono dello Spirito; la presenza e l’azione dello Spirito nella chiesa e nel mondo.

La potente immagine di un fragore che all’improvviso viene dal cielo come di vento che si abbatte impetuoso e riempie la casa dove si trovavano gli apostoli è l’immagine che fonda la Chiesa. L’identità ecclesiale non nasce da un accordo umano, da un evento programmato dagli uomini, ma dalla sorprendente azione di Dio.

Il vento è la forza motrice, il fuoco è trasformativo. Il vento gonfia le vele e invia in missione. Il fuoco brucia nel cuore e genera passione. Il vento avvolge tutti. Il fuoco è specifico per ciascuno, valorizza le caratteristiche di ogni persona: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune» (1 Cor 12,7).

Il brano di Vangelo ci riporta alla sera di Pasqua, quando Gesù risorto si presenta ai suoi, chiusi nel cenacolo «per timore dei Giudei» (Gv 20,19), e dona loro il suo Spirito.

Sia il racconto degli Atti che quello del Vangelo ci dicono che è il dono dello Spirito a far sì che i discepoli diano prova di un coraggio imprevisto, che li spinge a uscire e a diventare testimoni del Risorto.

L’evangelista Giovanni unisce strettamente il dono dello Spirito alla Pasqua, alla creazione al perdono dei peccati.

Il dono dello Spirito è strettamente legato al dono di sé stesso che Gesù porta a compimento sulla croce. Morte, risurrezione e dono dello Spirito vengono presentati dall’evangelista come un unico grande movimento.

Per dire che Gesù dona lo Spirito, l’evangelista Giovanni usa un termine particolare e rarissimo: “soffio”. «Soffiò su di loro» (Gv 20,22), che può anche essere tradotto “in loro”. Lo Spirito è un dono che non rimane esterno alla persona: entra dentro, diventa il respiro stesso della persona.

Soffiare è un verbo unico nel Nuovo Testamento ed è presente all’inizio della Bibbia: Dio «plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7).

L’essere umano è formato da due elementi segnati da grande precarietà: la polvere del suolo e l’alito di vita. La polvere è la parte meno consistente della terra: simboleggia la fragilità della natura umana. L’alito di vita indica quello che fa di un corpo inanimato una persona vivente.

L’evangelista stabilisce un legame tra il dono dello Spirito e l’opera della creazione. Lo Spirito che Gesù comunica ai suoi è quello “Spirito creatore” di cui parla il salmo responsoriale: «Manda il tuo spirito, sono creati e rinnovi la faccia della terra» (Sal 104,30).

La Pentecoste svela in modo definitivo il mistero dell’uomo: nella sera di Pasqua, attraverso il soffio di Gesù, Dio ci rende nuove creature, chiamate a tenere insieme la vita naturale e quella divina, la carne e lo Spirito, la terra e il cielo. Solo allora la persona è compiuta.

Ed ecco il legame dono dello Spirito e perdono dei peccati: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20, 23). Il perdono dei peccati impedisce al male di prendere il sopravvento sulla persona, distruggendo ogni relazione con Dio, con gli altri e con sé stessa.

Per vincere la sfida a rimanere umani, oggi assai profonda e invasiva, invece, è necessario vivere una feconda relazionalità, coltivando la natura divina che è in noi e non distogliendo lo sguardo dal volto dell’altro.

La solennità di Pentecoste ci richiama a ravvivare il dono ricevuto, per diventare persone che vivono da risorti, costruiscono l’unità, la condivisione, l’amore, la pace.

Ogni dono che viene dall’alto è affidato alle nostre mani, al nostro impegno, al nostro sincero desiderio.

Don Momigli

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