Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 23 novembre 2025

Cristo Re dell’Universo (2Sam 5,1-3   Sal 121   Col 1,12-20   Lc 23,35-43)

A conclusione di ogni ciclo liturgico celebriamo la solennità di Cristo Re. Domenica prossima inizieremo un nuovo percorso con la prima domenica di Avvento.

La festa di Cristo Re è molto recente. Con la sua istituzione nel 1926, la Chiesa intendeva contrapporsi ai poteri totalitari che iniziavano a diffondersi. Nel contesto attuale questa festa assume significati nuovi, soprattutto alla luce del Vangelo che viene proclamato in questa domenica.

Con tutto il suo messaggio, ma soprattutto con l’intera sua esistenza, Gesù fa comprendere che il regno di Dio coincide con la sua venuta.

Non si tratta di una speranza astratta, ma reale. Matteo, ad esempio, ci ricorda che l’accoglienza del regno passa attraverso azioni concrete: nutrire e vestire gli affamati e i poveri, accogliere i forestieri, visitare malati e carcerati.  Vale a dire che nel momento in cui ci accorgiamo dell’altro, il regno di Dio si fa presente in mezzo a noi.

Il brano di oggi, tratto dal vangelo di Luca, ci offre l’immagine di Cristo presentato come re nel contesto della sua crocifissione. Immagine che si pone in netto contrasto con l’idea di regalità e di potere che gli esseri umani portano nella loro mente.

Il vero vigore e la vera potenza della signoria di Dio consistono nella misericordia e nella mitezza infinita.

La scritta fatta porre sulla croce da Pilato «Re dei Giudei» (Lc 23,38), sottolinea anche il disprezzo che il procuratore romano prova per il popolo a cui Gesù appartiene.

La logica del potere esige manifestazioni di potenza, non accetta la debole forza dell’amore. Per questo sulla croce Gesù sperimenta di nuovo le tentazioni che aveva già provato nel deserto all’inizio della sua missione (Lc 4,1-13).

I capi religiosi, che attendono un messia potente, lo provocano: «Ha salvato altri! Salvi sé sesso, se è lui il Cristo di Dio» (Lc 23,35). Poi lo provocano i soldati, che non accettano un re che non mostra la sua autorità: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso» (Lc 23,37). Perfino uno dei briganti crocifissi insieme con lui lo provoca: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» (Lc 23,39).

Gesù non cede alla tentazione e continua ad amare fino all’ultimo.  Fino a fare di un malfattore il primo cittadino del paradiso.

Quello che l’immaginario popolare identifica come il buon ladrone, in realtà è un brigante a cui l’innocenza di Gesù gli evita, a differenza dell’altro, di morire imprecando e nella disperazione.

Quest’uomo intuisce che la salvezza che Gesù offre è qualcosa di diverso dalla salvezza dalla morte fisica e, dopo aver lui stesso ricordato la sua colpa, chiede a Gesù di ricordarsi di lui come persona: «Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42).

Di fronte alla sua richiesta Gesù rompe il silenzio e gli rivolge le sue ultime parole, prima di affidarsi al Padre: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). «Con me»: essere in paradiso significa essere con Gesù.

Parlare della regalità di Cristo significa aprirsi e aprire a una speranza nuova e affrontare una lotta dentro di noi per lasciare spazio a Gesù e alla logica del regno. Significa lottare per la pace e lavorare per la giustizia, andando contro corrente senza timore.

Se il Vangelo non diventa cultura le nostre radici saranno deboli, come quei semi caduti lungo la strada o sul terreno sassoso o fra i rovi: ogni piccolo soffio di vento può travolgerci e ogni pressione degli altri può soffocarci.

Si tratta di attendere il regno di Dio ma anche di prepararlo e affrettarlo, non per dovere ma con gioia e amore.

L’educazione moralistica impartita e ricevuta per decenni, basata su non fare quello e non fare quell’altro, tradisce la bellezza del Vangelo. Così come tradiscono la bellezza del Vangelo i soggettivismi esasperati e quei pensieri che portano a credere di essere solo un frammento nell’universo, anziché soggetti unici, irripetibili e amati. Tutto questo ha condotto e conduce a pensare – come dice qualcuno che si è allontanato dalla vita della Chiesa e, soprattutto, da Cristo – che con Cristo ci siano solo limitazioni e visioni incompatibili per chi “ama la vita”.

Con la sua morte e risurrezione, però, «Cristo ci ha liberati per la libertà!» (Gal 5,1). Ecco perché la fede in Gesù Cristo – non quella astratta ma quella che plasma l’esistenza – è sempre contemporanea, costantemente rigenera e rende liberi, è amica della vita e fa “amare la vita” in pienezza, anche su questa terra.

Don Momigli

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