Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 22 marzo 2026

V domenica di Quaresima anno A (Ez 37,12-14   Sal 129   Rm 8,8-11   Gv 11,1-45)

Le strategie narrative di questo episodio sono importanti quanto il settimo e clamoroso segno compiuto da Gesù, che porterà il Sinedrio a condannarlo (cfr. Gv 11,46-57): il ritorno alla vita di un cadavere.

Quella di Lazzaro non è una vera risurrezione: un giorno morirà di nuovo. Ma è il simbolo della vera risurrezione: quella di Gesù che vivrà per sempre.

Dall’Antico Testamento fino al primo annuncio cristiano, la risurrezione è la promessa del compimento dell’esistenza per coloro che hanno saputo seguire il Dio della vita, per coloro che sono entrati in una relazione piena e autentica con lui. Quella stessa relazione testimoniata dal brano evangelico.

Il dono della risurrezione non getta via quello che siamo: tutta la nostra vita – corpo, anima e spirito- risorge in Dio.

L’intero brano mostra come la fede cristiana nella risurrezione non sia l’esito di un processo intellettuale, né il frutto di uno sforzo della volontà, ma scaturisce dall’amore. È un conoscere e credere l’amore di Dio per noi, manifestato in Gesù come un legame d’amicizia che neanche l’ostacolo la morte può dissolvere (cfr 1 Gv 4,16).

«Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato» (Gv 11,4). Gesù non intende dire che Lazzaro non sarebbe morto, ma fa comprendere che anche le realtà più negative della vita, persino la morte, possono diventare occasioni di grazia nelle quali si manifesta la potenza di Dio.

Quando Marta sente che sta arrivando Gesù gli va incontro e subito si rivolge a lui con parole che manifestano sofferenza e delusione: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» (Gv 11,21). Però immediatamente aggiunge una professione di fiducia: «Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà» (Gv 11,22).

«Tuo fratello risorgerà» (Gv 11,23). Di fronte a questa risposta di Gesù, Marta reagisce con una fede venata di un certo scettiscismo: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno» (Gv 11,24).

Le risposte da manuale di catechismo non sono sufficienti per chi deve trovare ragioni forti dopo la morte di una persona amata. A Marta una dottrina astratta non basta.

La risposta di Marta, però, diviene l’occasione per una delle più solenni affermazioni di Gesù contenute nel vangelo secondo Giovanni: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?» (Gv 11,25-26).

Gesù non è semplicemente portatore di un messaggio di speranza per una vita senza fine: è lui stesso la vita.

Se l’incontro con Marta porta Gesù a fare una presentazione di sé in quanto «Verbo fatto carne» (Gv 1,14), l’incontro con Maria lo porta a manifestare fino in fondo la sua umanità.

Anche Maria si rivolge a Gesù con le stesse parole di Marta: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» (Gv 11,32). Ma le pronuncia gettandosi ai suoi piedi.

Di fronte al pianto di Maria, l’evangelista mette in evidenza una particolare emozione dello stesso Gesù – assente negli altri vangeli – che rivela la sua amicizia profondamente umana, al punto di non saper trattenere le lacrime. Gesù piange con le persone che soffrono e alle quali vuole bene.

Lazzaro è da quattro giorni nel sepolcro: il cadavere inizia a puzzare e l’opera di disfacimento della morte si completa. Ma Gesù è più forte della morte e del puzzo che da essa emana.

Davanti al sepolcro avviene un dialogo fra Gesù e il Padre, nel quale si rivela la vera identità di Gesù, il suo essere Figlio obbediente alla voce del Padre e pieno di fiducia in lui: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato» (Gv 11,41).

Gesù ringrazia il Padre per essere stato ascoltato, ancor prima di far uscire Lazzaro dalla tomba. Le parole di Gesù sono state dette per noi, come ricorda lo stesso evangelista.

E poi con parola potente – «gridò a gran voce» – Gesù dimostra di essere più forte della morte: «Lazzaro, vieni fuori!» (Gv 11,43).

Don Momigli

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