XXV domenica Tempo ordinario anno A (Is 55,6-9 Sal 144 Fil 1,20-24.27 Mt 20,1-16)
«I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8). Queste parole riferite a Dio e trasmesse attraverso il profeta Isaia, trovano una chiara esposizione nella parabola evangelica, secondo la quale gli operai che hanno lavorato un’ora soltanto nella vigna ricevono dal padrone lo stesso salario di coloro che hanno lavorato tutto il giorno.
La parabola degli operai chiamati dal padrone a lavorare nella vigna continua a delineare il rovesciamento di valori e di pensiero che il vangelo di Matteo ci propone.
Nello scandalo patito dagli operai della prima ora vi è tutta la distanza tra il pensare e l’agire di Dio e il pensare e l’agire degli uomini. La consapevolezza che c’è un’abissale differenza fra i pensieri di Dio e i pensieri umani impedisce anche la perversa identificazione dei propri pensieri umani con quelli di Dio.
Anzitutto occorre tener presente il contesto della parabola: «Il regno dei cieli è simila a un padrone di casa che …» (Mt 20,1). Si capisce subito che il padrone è Dio stesso e che occorre focalizzarsi suoi atteggiamenti: la chiamata e la ricompensa.
Per cinque volte il padrone di una vigna esce in piazza nello stesso giorno e chiama a lavorare per lui quelli che trova: alle sei, alle nove, alle dodici, alle tre e alle cinque del pomeriggio. Dio chiama tutti e chiama sempre, a qualsiasi ora.
Il secondo atteggiamento è ancora più sorprendente per la mentalità umana. Secondo l’uso del tempo, gli operai venivano pagati al termine della giornata. E così avviene: a tutti viene data la medesima retribuzione.
Con i primi lavoratori, quelli chiamati alle sei del mattino, il padrone si accorda «per un denaro al giorno» (Mt 20,2), che è la paga secondo la misura di quel tempo. I lavoratori che accettano successivamente di andare a lavorare nella vigna, lo fanno sulla base di una proposta più generica: «Quello che è giusto ve lo darò» (Mt 20,4). A quelli delle cinque il padrone non parla neppure di un compenso, ma fa solo la proposta di andare a lavorare nella vigna.
La scelta del padrone di dare a tutti la stessa paga provoca l’immediata mormorazione degli operai della prima ora: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo» (Mt 20,12).
Come succede spesso, quello che fa nascere in noi la rabbia è valutare come ingiusto il trattamento riservato ad altri. Gli operai della prima ora ricevono quanto pattuito, ma per loro è insopportabile che lo stesso trattamento venga riservato anche agli altri.
L’invidia corrompe e impedisce di vedere anche il bene: in questo caso il bene è la possibilità offerta agli altri di portare a casa da mangiare, nonostante siano stati intercettati e chiamati a lavoro iniziato o, perfino, a fine giornata.
La “misura” con cui vengono ricompensati gli operai per aver risposto alla chiamata non è sulla base della giustizia del mondo, ma sulla base della giustizia di Dio: la ricompensa è dono totalmente gratuito di Dio che consente di accedere alla vita, indipendentemente dal momento della chiamata-risposta.
La parabola ci interpella e ci chiede di verificare se il nostro rapporto con Dio è vissuto come prestazione o come relazione. Concepire il rapporto con Dio come prestazione porta a misurare quello che si fa e a confrontarlo con quanto fanno o non fanno gli altri, entrando in una spirale di competizione, e trasformando la fede in religione, in una serie di riti e di pratiche da compiere.
Tutto questo è bene espresso da una frase contenuta nella seconda lettura: «Per me, infatti, il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). La vita umana trova il suo senso pieno se vissuta nell’ottica della fede in Cristo. In Cristo, la morte stessa non può essere considerata come una perdita. In Cristo, tutto è pienezza. Tutto è grazia.