XXIX domenica Tempo Ordinario Anno C (18Es 17,8-13 Sal 120 2Tm 3,14-4,2 Lc 18,1-8)
La preghiera incessante è la forza dei credenti. Con la preghiera la persona si conforma alla volontà di Dio, che conduce la storia della salvezza.
Esiste un legame forte tra fede e preghiera. La fede cristiana è alimentata dal costante riferimento alla sacra Scrittura e porta a pregare con libertà e creatività.
Le figure protagoniste della liturgia della Parola – Mosè con le mani alzate; Timoteo nel suo rapporto confidente con la Scrittura; la vedova debole e fragile che confida nella sua insistenza per avere giustizia – ci dicono che investire con coraggio ed energia nella preghiera costruisce e rende stabile e intimo il dialogo con Dio e apre all’azione dello Spirito.
Il senso del brano dell’Esodo, che ci è stato proposto, diviene comprensibile solo se lo collochiamo nel suo contesto: un tempo nel quale si credeva che il Dio di Israele si schierasse per far vincere il suo popolo in battaglia o per farlo perdere quando il popolo era infedele.
Questo brano mantiene la sua importanza anche per noi: ci ricorda che pregare è un atto di tutta la persona, anima e corpo, e che ci vuole sempre un Mosè che preghi incessantemente per il popolo.
L’esempio portato da Gesù nel Vangelo si colloca in un contesto tutto diverso. Una povera donna che non ottiene giustizia da un giudice disonesto insiste e insite fino a quando il giudice, per levarsela di torno, le fa giustizia. E Gesù aggiunge: «E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?» (Lc 18,7).
Gesù ci invita a pregare con insistenza non perché essere insistenti serva a farci ascoltare da Dio Padre o perché lui non sappia quello di cui abbiamo bisogno, ma per aprirci fiduciosi alla sua volontà.
Dio porta a compimento le sue promesse, non quel che noi chiediamo ritenendo nell’immediatezza che sia cosa buona e necessaria. Più ci nutriamo della parola di Dio e più le nostre richieste saranno conformi al progetto di Dio su di noi e sull’umanità intera.
Il brano del Vangelo di oggi si chiude con una domanda drammatica: «Ma il Figlio dell’uomo (ossia Gesù), quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8).
Questa domanda ci rimanda al tema già affrontato nelle domeniche precedenti: senza un profondo atteggiamento di fiducia nel Signore e senza essergli fedeli, la preghiera perde il suo significato e viene trasformata in preghiere, in formule da recitare.
Se si spegne la fede si spegne la vera preghiera. E la fede si spegne se non la nutriamo quotidianamente con la parola della Bibbia. Per questo Paolo esorta Timoteo, e con lui tutti i pastori di ogni tempo, con parole forti: «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù…annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento» (2 Tm 4,1-2).
Si diventa adulti nella fede quando la Scrittura ci inqueta; quando si riesce a passare dal pronunciare preghiere al mettere nel nostro pregare la vita stessa, fatta di pensieri e fatiche, di progetti e di sogni, di ferite e di speranze.
Il discepolo quando si rivolge a Dio Padre lo fa con la confidenza e la costanza di un figlio e ispirato dalla preghiera insegata da Gesù: non comincia la sua preghiera rovesciando su Dio i suoi desideri, ma rendendo lode ed esprimendo la disponibilità a realizzare il progetto che Dio ha su di noi.
Solo dopo aver invocato la venuta del regno e che sia fatta la volontà del Padre, ha senso domandare anche ciò che è necessario alla nostra vita.
Quella cristiana non una preghiera mossa solo dal bisogno, ma una manifestazione di amore, di lode, di impegno: una sorgente continua di audacia e di fraternità.
Pregare incessantemente equivale a desiderate costantemente una relazione sempre più intima e profonda col Signore, sapendo che diverrà piena nell’eternità.
In fondo, il linguaggio della preghiera è quello della fede e dell’amore.