Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 19 aprile 2026

III domenica di Pasqua anno A (At 2,14.22-33   Sal 15   1Pt 1,17-21   Lc 24,13-35)

«Non è possibile che la morte lo tenesse in suo potere» (At 2,24). Non è possibile perché l’amore è più forte della morte. Cristo è risorto e ora cammina con noi, come ha fatto con i due discepoli di Emmaus il giorno della resurrezione.

Due discepoli lasciano Gerusalemme vanno verso Emmaus, dove presumibilmente si trova la loro casa. Camminano di giorno, per circa undici chilometri, con buona parte del tragitto in discesa, ma sono tristi per l’epilogo della vicenda di Gesù. E poi c’è il viaggio di ritorno che viene fatto nella gioia, nonostante gli undici chilometri, vengano fatti dopo la fatica del percorso di andata, al calare della notte, con parte del cammino in salita.

Nel viaggio di andata verso Emmaus sono sconfortati e senza speranza: il Signore cammina al loro fianco, ma non lo riconoscono. Nel viaggio di ritorno verso Gerusalemme vanno con gioia a portare agli altri la bella notizia dell’incontro con Gesù Risorto: non lo vedono più, ma lo sentono vicino.

«Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,15-16). Incalzati da Gesù si sfogano, offrendo una specie di riassunto di quello che è accaduto.

Descrivono Gesù come un profeta, un uomo di Dio, potente per le cose che diceva e faceva, ma è stato crocifisso ed è morto: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele» (Lc 24,21). Si erano illusi, ma ora è tutto finito.

In realtà tutto non è finito, ma si tratta di chiacchiere di donne: alcune hanno raccontato di aver pure visto gli angeli. Si la tomba è vuota, ma nessuno ha visto il Signore.

«Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!» (Lc 24,25). Per la Bibbia la stoltezza è la qualità peggiore, addirittura peggio della cattiveria.

Tuttavia, sia pur inconsapevolmente, questi due discepoli hanno già compiuto qualche passo importante per arrivare a riconoscere Gesù.

I due discepoli, dopo aver aperto il cuore a questo straniero, confidandogli le loro speranze e le loro delusioni, ora si pongono in ascolto di questo sconosciuto che spiega loro il senso delle Scritture, che loro pur conoscono bene.

L’ascolto della Parola è la prima via per incontrare il Signore. Ma c’è ancora un passaggio per poterlo riconoscere, reso possibile dalla disponibilità all’accoglienza: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29).

Quando si mettono a tavola, alla sera del giorno della sua risurrezione, Gesù ripete i gesti compiti nell’ultima cena: «prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista» (Lc 24,30-31).

Non appena i due lo riconoscono, Gesù sparisce. La fede è sempre un gioco di rivelazione e di nascondimento. Senza presumere di avere delle certezze, la persona credente vive in una dimensione di ricerca sincera: cerco, trovo, smarrisco e ricerco ancora.

L’aver trovato Gesù nell’ascolto della Parola e nel pane da lui spezzato, spinge i due discepoli a non fermarsi a godere della bella esperienza vissuta, ma a condividere con gli altri quello che hanno vissuto.

È già calato il sole ed è notte, ma i due ritornano a Gerusalemme «senza indugio» (Lc 24,33). Diventano testimoni della risurrezione e ricevono essi stessi una testimonianza, perché trovano gli altri che dicevano «il Signore è risorto ed è apparso a Simone!» (Lc 24,34).

Successivamente, questi due discepoli forse avranno vissuto nuove stanchezze e delusioni, ma il Risorto ogni volta sarà tornato a riprenderli.

Questa è anche la nostra vita: un continuo viaggio sulla tratta Gerusalemme-Emmaus, Emmaus-Gerusalemme. Un viaggio che racconta tutte le volte che il Signore risorto, spesso senza essere riconosciuto, ha camminato al nostro fianco ed è rimasto con noi. Se ascoltiamo la sua parola e ci apriamo all’accoglienza, alla fine riusciremo anche noi a vedere il suo volto.

Don Momigli

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