Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 18 ottobre 2026

XXIX domenica Tempo ordinario anno A (Is 45,1.4-6   Sal 95   1Ts 1,1-5   Mt 22,15-21)

La signoria di Dio è al cuore della prima lettura e del Vangelo. Il Libro di Isaia, parlando dell’investitura del pagano Ciro da parte di Dio, sottolinea l’assoluta libertà e l’unicità di Dio: «Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio» (Is 45,5). Mentre l’evangelista Matteo mostra come nessuna autorità umana può essere assoluta: se alle autorità va accordato rispetto, il timore va riservato a Dio, creatore e signore di tutto.

Il Vangelo ci mostra Gesù nel Tempio di Gerusalemme alle prese con l’ipocrisia delle autorità giudaiche. Si presentano con parole suadenti, per porgli una domanda insidiosa: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» (Mt 22,17).

Si rivolgono a Gesù sicuri di farlo cadere in trappola: se avesse risposto di sì, le folle lo avrebbero abbandonato ritenendolo un alleato del potere romano che occupa il loro territorio; se avesse risposto di no, lo avrebbero denunciato ai romani come un sobillatore di folle.

Ma la logica di Dio ha sempre un’alternativa. Gesù smaschera la loro ipocrisia chiedendo di mostrargli la moneta del tributo. Gliela mostrano e Gesù, prendendola tra le mani, domanda di chi sia l’immagine impressa. Quelli rispondono che è di Cesare, cioè dell’imperatore. Allora Gesù replica: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21).

Un ebreo devoto non poteva introdurre nel Tempio di Gerusalemme una moneta romana sulla quale era inciso il volto dell’imperatore con la scritta che attestava la sua divinità: avrebbe compiuto un atto di idolatria. Ma queste autorità giudaiche la portavano in tasca e non si preoccupano di mostrarla a Gesù.

Con la risposta, Gesù non si pone solo al di sopra della polemica, sfugge alla sacralizzazione del potere politico ed evita la politicizzazione dell’immagine di Dio.

Il potere politico ha una sua ragione d’essere, ma in nessun caso deve essere assolutizzato, divinizzato: l’imperatore non è Dio. La legittimità del potere politico, inoltre, deriva dal suo porsi a servizio della vita e della libertà di ogni essere umano, che è la vera e autentica immagine di Dio, come è scritto nel libro della Genesi.

Riconoscere Cesare e con esso l’autorità statale non significa non mettere Dio al primo posto e, assieme a Dio, anche la vita di ogni essere umano che di Dio è l’immagine.

Nella dialettica posta da Gesù tra Cesare e Dio si colloca la condizione del credente che abita la città, ma attende il Regno di Dio. E si colloca anche la questione del denaro, che può diventare un idolo se oltre a portarlo in tasca lo portiamo nel cuore.

Il nostro rapporto con il denaro è segnato da una sorta di schizofrenia che ci fa oscillare tra sentimenti contrastanti: è in cima alle preoccupazioni, alle motivazioni e forse anche ai desideri nascosti che riempiono le giornate di molti, anche se nei discorsi in pubblico prevalgono luoghi comuni e giudizi spesso sbrigativi, di sapore moralistico.

Al denaro va restituito il suo ruolo di struttura sociale, riconoscendo le funzioni che svolge e le insidie che porta con sé. Può rendere socialmente più liberi e può diventare strumento di sopraffazione e di schiavitù. È un potente strumento di relazioni, di scambi, di costruzione di legami e anche di solidarietà, ma porta con sé porzioni di ingiustizia, riflette asimmetrie di potere, veicola quello che la Dottrina della Chiesa chiama peccato sociale.

Per avere un giusto rapporto con l’autorità e con il denaro occorre la consapevolezza che rendere a Dio quel che è di Dio – ossia la propria persona – significa anche operare in modo che i nostri rapporti personali e sociali, rispondano a quei requisiti di giustizia e diritto necessari per rendere più umano quel mondo che Dio ha creato e affidato alla nostra cura.

Don Momigli

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