Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 14 dicembre 2025

Terza domenica di Avvento anno A (Is 35,1-6.8.10   Sal 145   Gc 5,7-10   Mt 11,2-11)

Questa terza domenica di Avvento è tradizionalmente indicata come la domenica «Gaudete», che in latino significa «Gioite».

Il termine è tratto da un versetto della lettera di Paolo ai Filippesi: «Rallegratevi nel Signore sempre, ve lo ripeto, rallegratevi…Il Signore è vicino!» (Fil 4,4-5).

La gioia di cui parla Paolo – non confondibile col divertimento e con lo svago – rimane viva anche nei momenti duri e difficili e non viene vinta neppure dagli sconvolgimenti che attraversano il mondo e che umanamente gettano nell’incertezza e nella paura del domani.

Paolo invita a rallegrarsi indicando il fondamento della gioia: ci si rallegra nel Signore; si gioisce perché il Signore è vicino.

Questa gioia non deriva dalla semplice fede in Dio, ma dalla relazione di amicizia col Signore Gesù Cristo. Mettersi in ascolto e accogliere la parola del Signore nella nostra vita, aiuta anche a convertire l’idea di Dio che portiamo dentro di noi.

Lo stesso Giovanni Battista, che pure ha annunciato la presenza di Cristo nel mondo, ha dovuto convertire la propria idea di Dio, come emerge dal brano del Vangelo di oggi.

Mentre Gesù compie i primi passi nella sua missione, Giovanni si trova in carcere per la sua opposizione a Erode. Sentendo parlare delle opere di Gesù, il Battista rimane sconcertato per la differenza fra il Messa da lui aspettato e annunciato e quello che Gesù dice e fa. Tanto che, preso dal dubbio, manda i suoi discepoli a porre a Gesù una domanda chiara: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3).

Gesù non risponde direttamente, ma ai suoi interlocutori dice: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,4-5).

«Andate e riferite». Riferire significa annunciare. Annunciare la bella novità rappresenta da Gesù Cristo: da quello che egli è, dalle sue opere e dalle sue parole.

Questo andate e riferite è rivolto anche noi che, troppo spesso, siamo tiepidi o timorosi nell’annunciare la bellezza del Vangelo, per non urtare la suscettibilità degli altri o per non fare la fatica di essere portatori di una cultura differente, di un pensiero diverso e critico nei confronti del comune sentire.

Gesù conosce bene l’animo umano e conclude l’invito ad andare a riferire quello che hanno visto e udito con una beatitudine, troppo spesso ignorata: «Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!» (Mt 11,6). Se Gesù non è un ostacolo o motivo di inciampo significa che siamo sulla via giusta.

Con la sua vita Gesù annuncia un Dio diverso da come molti se lo aspettavano e se lo aspettano. Ed è diverso anche dall’idea di Dio che molti portiamo nel nostro animo e nella nostra mente.

Quello che Gesù manda a dire a Giovanni, che si trova nel carcere di Erode ma anche imprigionato nella sua idea di Dio, vale anche per noi: per aprirsi a una nuova visione di Dio è necessario cambiare prospettiva, guardando a Gesù e mettendosi in ascolto della sua parola.

Cambiare l’angolazione del nostro sguardo non solo ci fa cogliere quanto Gesù ci rivela di Dio Padre, ma ci fa vedere in modo diverso anche noi stessi, il nostro prossimo e quello che accade nel mondo.

In questa fase storica piena di attori populisti e propagandisti e dove il diritto della forza sembra prevalere sulla forza del diritto, come credenti siamo chiamati alla resistenza culturale, rimanendo ancorati alla centralità della persona e al bene comune. E siamo chiamati a formare la nostra coscienza e le coscienze delle nostre comunità, guardando il mondo alla luce del Vangelo e vivendo come artigiani di giustizia e di pace.

Solo facendo nostra la prospettiva offerta da Gesù, potremo sostenere i “tempi lunghi” della fede, assumendo la pazienza dell’agricoltore che «aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge» (Gc 5,7).

Solo accogliendo l’annuncio di Gesù riusciremo a leggere la storia alla luce della presenza di Dio, come fa il profeta Isaia nella prima lettura, che parla di gioia in un contesto storico durissimo, come era il tempo dell’esilio per i deportati da Israele.

Accogliere Cristo che viene e testimoniare che lui è la radice della gioia: forse è proprio questa la sfida alla quale il Signore ci chiama in questo nostro tempo, così prolifico nell’inventare modi e occasioni di distrazione e frammenti di dolce vita, ma che non sa rallegrarsi della vita.

Don Momigli

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