Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 12 aprile 2026

II di Pasqua anno A (At 2,42-47   Sal 117   1Pt 1,3-9   Gv 20,19-31)

La domenica dell’ottava di Pasqua, secondo una vecchia tradizione, prende il nome di domenica “in Albis”, più esattamente in albis deponendis.

Nel cristianesimo primitivo gli adulti venivano battezzati soltanto nella notte di Pasqua (come avviene nuovamente), ricevendo una veste bianca che portavano per sette giorni.

L’ottavo giorno deponevano questa veste bianca per tornare alla vita quotidiana da cristiani: la nuova luminosità ad essi comunicata nel battesimo la dovevano introdurre nella loro quotidianità; la fiamma delicata della verità e del bene che il Signore aveva acceso in loro, la dovevano custodire diligentemente per portare in questo nostro mondo qualcosa della luminosità e della bontà di Dio.

Giovanni Paolo II ha voluto che questa domenica fosse celebrata come Festa della Divina Misericordia, perché nella parola “misericordia” vedeva riassunto e bene interpretato per il nostro tempo l’intero mistero della Redenzione.

La misericordia di Dio, come emerge dall’esperienza fatta dall’apostolo Tommaso, ha il volto concreto di Gesù, del Signore Risorto.

L’evangelista Giovanni, a differenza di Matteo e Luca, ha conservato soltanto due beatitudini. Una pronunciata da Gesù durante l’ultima cena, che dichiara beati i discepoli se si laveranno i piedi gli uni gli altri come Gesù ha fatto con loro (13,17). L’altra è quella pronunciata dal Signore risorto, dopo che Tommaso ha fatto la sua professione di fede: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (20, 29).

Come ogni beatitudine anche quella presentata dal vangelo di oggi va controcorrente, giacché siamo propensi a pensare che è più facile credere per coloro che hanno visto.

Prima di arrivare a questa beatitudine, però, occorre ricordare che Tommaso, assente quando Gesù risorto è apparso ai discepoli, afferma che avrebbe creduto solo verificando la presenza dei segni della passione.

Gesù, che ha sempre le attenzioni giuste per ciascuno, appare anche a Tommaso e lo invita a toccare le sue ferite. Di fronte all’evidenza Tommaso, rivolto a Gesù, esclama: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20, 28).

Negli altri vangeli non si arriva mai a dire che Gesù è Dio, con un’affermazione così esplicita: si dice che è figlio di Dio, ma non si osa mai una così chiara identificazione.

Nei primi tre secoli di cristianesimo si è certato di comprendere come un essere umano come noi possa essere “Dio” ed è stata sviluppata la fede in Gesù vero uomo e vero Dio: un mistero impenetrabile nella sua essenza più profonda che è offerto alla nostra fede.

Tommaso ha bisogno di segni. Forse anche a noi servono segni per far maturare la fede. Ma il segno non è la realtà. E tanto meno è la realtà di Dio, raggiungibile soltanto con la fede.

È vero che Tommaso vede le ferite di Gesù risorto, ma non si limita a riconoscere che Gesù crocifisso è risorto: crede che in lui è presente Dio

Il credere senza vedere di cui parla Gesù, non è quella ‘fede cieca’, che non tiene conto della ragione, a cui spesso ci riferiamo. Ma il mettere in luce che per credere non basta vedere, perché occorre “riconoscere”.

Ed è l’amore che consente di vedere e riconoscere Gesù risorto nella propria vita. Vedere è credere e credere è vedere.

La fede è luce e guida nella vita solo se mette radici nel cuore e nella mente e ci conduce a incontrare la misericordia di Dio e a diventare più capaci di misericordia e di amore.

Don Momigli

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