Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 11 ottobre 2026

XXVIII domenica Tempo ordinario anno A (Is 25,6-10   Sal 22   Fil 4,12-14.19-20   Mt 22,1-14)

La vita spirituale cristiana si realizza facendo quello che Dio stesso ha fatto: divenendo umani, assumendo la propria umanità come compito da realizzare.

Le stesse immagini utilizzate per evocare l’evento finale, ossia il Regno di Dio, sono umanissime: banchetto e nozze. Il profeta Isaia e l’evangelista Matteo utilizzano proprio l’immagine del banchetto e quello delle nozze per far intravedere l’eliminazione della morte e il giudizio finale, che è l’orizzonte entro cui è situato il nostro cammino.

Il re che «fece una festa di nozze per suo figlio» (Mt 22,2), è immagine del Padre che ha predisposto per tutta la famiglia umana una meravigliosa festa di amore e di comunione intorno al suo Figlio unigenito.

Per ben due volte il re manda i suoi servi a chiamare gli invitati ma questi rifiutano, non vogliono andare alla festa perché hanno altro a cui pensare: campi e gli affari.

Il tono è a tratti severo e non privo di accenti violenti, ma tutto il racconto si focalizza sul fatto che Dio invita a una festa e che c’è chi rifiuta di parteciparvi: «ma essi non vollero venire» (Mt 22,3).

La vita è fatta di scelte. Ma spesso le nostre scelte non sanno andare oltre il presente, privandoci così di una visione ampia della vita e della capacità di vedere le opportunità che la stessa vita ci offre: ci chiudiamo nelle piccole certezze della routine quotidiana e ci aggrappiamo alle poche cose che riteniamo sicure.

Partecipare a una festa di nozze, interrompere il ritmo, curare le relazioni, avere interesse per qualcuno o per qualcosa è quello che gli invitati non riescono a fare. La parabola dice che la reazione al secondo invito non si limita all’indifferenza e alle scuse, ma sfocia nella violenza, che nella narrazione viene esasperata fino alla violenza fisica all’omicidio e all’omicidio: i messaggeri del re vengono addirittura uccisi da parte degli invitati al banchetto.

Questo descrive l’aggressività e la violenza di chi, nell’invito rivoltogli, vede solo l’intrusione nella propria sfera di vita e che fa di tutto per difenderla.

La violenza tocca anche noi più di quanto spesso immaginiamo: violenza verbale, violenza morale, e anche fisica, nei confronti dell’altro sentito come un ostacolo ai nostri piani.

Tutta la parabola si gioca sulla dialettica dono e responsabilità. L’invito è gratuito ma esige una risposta.

Coloro che si trovavano nello status sociale e religioso per essere invitati alla festa di nozze, ossia gli scribi e i capi religiosi di Israele, avevano solo lo status esteriore ma non quello interiore: «gli invitati non erano degni» (Mt 22,8).

A questo punto, come già anticipato dal profeta Isaia che parla di un banchetto «per tutti i popoli» (Is 22,5), l’invito viene esteso a tutti. Il re dice ai servi: «andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze» (Mt 22,9). I servi andarono per le strade e «radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali (Mt 22,10).

Buoni e cattivi, presentabili e impresentabili. Nessun filtro. Tutti ammessi ma non a tutte le condizioni. La scena finale dell’invitato gettato fuori dalla sala perché privo dell’abito nuziale è significativa. «Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì» (Mt 22,11-12).

La gente andava come era vestita, come poteva essere vestita. Ma all’entrata veniva loro data una specie di mantellina. Non accogliere e indossare l’abito nunziale, è segno che si vuole stare al banchetto ma alle proprie condizioni, senza troppi coinvolgimenti e volendo far prevalere il proprio punto di vista.

L’atteggiamento assunto da quest’uomo è un concreto rischio per ciascuno di noi. Soprattutto in quest’epoca di forte individualismo è facile essere o trasformarsi in un credente che aderisce in modo superficiale alla fede e alla comunità cristiana.

L’invito che Dio rivolge a ciascuno richiede consapevolezza e responsabilità, senza spazio per la superficialità e tanto meno per la pretesa di voler imporre le proprie condizioni.

Don Momigli

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