VI domenica di Pasqua anno A (At 8,5-8.14-17 Sal 65 1Pt 3,15-18 Gv 14,15-21)
Come emerge chiaramente dalle parole di Gesù, il fondamento e l’anima profonda dell’esistenza cristiana esigono di mettere insieme due realtà che, nel sentire comune, appaiono contrastanti: amore e comandamenti: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15); «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (Gv 14,21).
L’amore del discepolo per Gesù non può esaurirsi in un desiderio astratto o in un sentimento: richiede la disponibilità a seguire la strada percorsa da Gesù stesso, che è la volontà del Padre.
Si tratta di dare un criterio di oggettività al rapporto con Cristo, perché non si riduca a un’esperienza squisitamente soggettiva, sottomessa al rischio di derive emozionali e sentimentalistiche.
L’amore autentico si vive e si esprime nella concretezza della vita quotidiana, con la testa e con la volontà, non solo con il cuore: nella relazione con Gesù si giocano le nostre risorse, le nostre energie, le nostre capacità.
Gesù non ha detto: amate me come io ho amato voi. Ma: «Come io ho amato voi, così anche voi amatevi gli uni gli altri» (Gv 13,34).
Gesù ci chiede di rispondere al suo amore con il concreto amore per gli altri, attraverso la testimonianza di una vita radicata nel mistero di Dio, che si esprime nella comunione fraterna e nel servizio alle persone e alla comunità.
Amare come Gesù ci ha amato non è un’impresa per la quale può bastare il nostro sforzo, la nostra determinazione. Gesù lo sa e fa una promessa: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,16).
Quello che il Padre donerà è Spirito della verità perché apre progressivamente le nostre menti e i nostri cuori alla parola di Gesù. Ed è Spirito “Paraclito” (=colui che sta vicino, che assiste): sostiene nella vita di ogni giorno e particolarmente nel momento della prova.
Se adottiamo lo stile di Gesù ci apriamo all’azione dello Spirito, entriamo in comunione profonda con lui, ci lasciamo condurre dalla sua luce, ci facciamo sostenere dalla fiducia che egli infonde nei nostri cuori.
Lo Spirito consente a tutti quelli che vogliono amare ed essere fecondi e di vivere fin da quaggiù da risorti in Cristo.
Lo Spirito non solo ha ispirato lo scrittore biblico ma ci aiuta a comprendere le Scritture e ci fa ben capire lo stile del cristiano, come suggerisce anche la seconda lettura: «adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15).
La speranza cristiana è capacità di guardare al futuro senza paura, non perché auspichiamo un ipotetico destino migliore, ma perché speriamo in Gesù Cristo e perché sappiamo che lo Spirito Santo è Dio stesso presente in noi.
La nostra speranza diviene autentica e concreta nel momento in cui ci sentiamo amati e cominciamo ad amare: è dall’amore e nell’amore che possiamo cogliere e donare un raggio della presenza di Dio.
Rendere ragione della speranza, significa rendere ragione della fiducia nel futuro e nella vita che nasce dal sapere che Dio è Padre, che Gesù ce lo ha fatto conoscere, che lo Spirito di Dio è avvocato, difensore, consolatore.
Rendere ragione «con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza» (1Pt 3,16). L’amore, quello vero, non pretende nulla e non è mai aggressivo. Il credente testimonia con la propria vita la speranza; rispetta i ritmi degli altri e anche il rifiuto. Se davvero ama, continua ad amare nonostante tutto.
Chi crede in Gesù si sente amato da lui e ama, non agisce mai per secondi fini. E questo rende i credenti veri segni di speranza: una luce nel buio del mondo.