XIX domenica Tempo Ordinario anno C (Sap 18,6-9 Sal 32 Eb 11,1-2.8-19 Lc 12,32-48)
Il brano del vangelo che viene proposto alla nostra riflessione mette insieme alcuni detti di Gesù, preceduti da un’esortazione che costantemente ritroviamo in tutta la Bibbia: «Non temete» (Lc 12,32).
Non tenere è verbo caratteristico legato alla fede. Come ben sappiamo, la fede biblica non è tanto una questione di intelletto e di ragionamento, di adesione ad alcune verità, ma è prima di tutto una questione di fiducia: fidarsi di Dio come hanno fatto molti uomini e donne di cui ci parla la Bibbia, da Abramo a Maria.
Avere fede significa fidarsi di Dio, mettere nelle mani di Dio la propria esistenza, abbandonarsi a lui. Ed è questa fede che allontana la paura, spesso accompagnata da ansie e angosce e che spinge alla chiusura e all’egoismo,
Come ricorda l’autore della lettera agli Ebrei: «La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede» (Eb 11,1). Quest’affermazione introduce un inno alla fede attraverso il ricordo di persone – come Abramo, Mosè e i profeti – che hanno affidato al Signore la propria vita e hanno creduto alla sua parola anche quando la situazione nella quale si sono trovati avrebbe spinto in altre direzioni.
L’esortazione a non temere, che Gesù rivolge alla prima comunità dei discepoli e delle discepole, dobbiamo sentirla rivolta anche a ciascuno di noi, personalmente e come comunità cristiana.
Le nostre comunità sono sempre più «piccolo gregge» (Lc 12,32). Ma non serve contarsi o lamentarsi per i numeri sempre più ridotti di chi partecipa alle assemblee liturgiche. Per inciso, se guardando alla concretezza delle nostre celebrazioni, più che dire “chi partecipa”, sarebbe più corretto dire “chi frequenta”.
Se il nostro essere «piccolo gregge» è animato dalla fede di cui parla la Scrittura, ci accompagna la certezza che in questo piccolo gregge è presente il regno di Dio, che Dio che agisce nella storia anche attraverso questo piccolo gregge.
L’esortazione a non tenere è seguita dall’invito a spogliarci delle ricchezze, per tendere a quello che è essenziale e che dà senso alla vita. Spogliarsi delle ricchezze e cercare l’essenziale è il frutto della fede, dell’abbandono fiducioso al Signore.
La fede esige una continua vigilanza, per cogliere il passaggio di Dio nella propria vita: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese» (Lc 12,35).
Le vesti strette ai fianchi richiamano l’atteggiamento del pellegrino, che non mette radici né cerca rassicuranti dimore per essere pronto a mettersi in cammino. La vita di fede è un percorso continuo, per dirigersi verso tappe sempre nuove, che il Signore stesso indica giorno dopo giorno.
Ed occorre mantenere «le lampade accese», per essere in grado di rischiarare il buio della notte, per illuminare le tante “notti” della vita. La lampada della fede richiede di essere alimentata di continuo, con l’incontro cuore a cuore con Gesù nella preghiera e nell’ascolto della sua Parola.
La parabola dei servitori che attendono il ritorno del padrone quando torna dalle nozze (Lc12,36-40), ci presenta un altro aspetto della vigilanza: essere pronti per l’incontro ultimo e definitivo col Signore, perché la vita è un cammino verso l’eternità: «non abbiamo qui la città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» (Eb 13,14).
La consapevolezza che l’oggi non è il nostro tutto e che la vita terrena avrà un termine dovrebbe sviluppare la nostra responsabilità nel far fruttificare i talenti che ci sono stati affidati per il bene di tutti, domandandoci che mondo vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi.
La consapevolezza che la vita terrena avrà un suo termine fa nascere anche altre e più profonde domande: Cos’è quella che chiamiamo gioia eterna del paradiso?
Non lo sappiamo e non lo capiamo. Gesù, però, ce lo fa intuire con la similitudine del padrone che trovando ancora svegli i servi al suo ritorno: «si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12, 37).
Riferendosi all’incontro eterno col Signore, Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi parla di «qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia» (12).
«Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc 12,34). Il pensiero dell’incontro finale con il Padre, ricco di misericordia, non può che riempirci di speranza e stimolarci a vivere santamente costruendo un mondo più giusto e fraterno.