Solennità di Tuttii Santi (Ap 7,2-4.9-14 Sal 23 1Gv 3,1-3 Mt 5,1-12)
Stiamo vivendo un tempo in cui varie crisi di diversa natura si alimentano e si amplificano l’una con l’altra, investendo l’intero pianeta e rivelando la complessità di un mondo in cui tutto è connesso, simultaneo, tecnologicamente evoluto e umanamente più povero.
Questo nostro mondo ha bisogno di donne e uomini che si lasciano appassionare dalle grandi visioni e che non hanno paura di mettersi in gioco. Ed ha bisogno di persone di fede che non si lasciano trascinare da visioni religiose basate solo su norme e precetti: persone che sanno osare la maturità della fede e si spendono per rendere più umano il mondo, come hanno fatto i santi che oggi celebriamo.
Celebrare i santi non ci porta fuori dalla realtà, ma ci aiuta ad assumere uno sguardo diverso, capace di vedere e coltivare il bene che abita la nostra storia personale, familiare, sociale.
Il bene, generalmente, non fa rumore, ma pianta semi di umanità, di relazioni, di comunità, di vita, continuando a mantenere abitabile questo nostro mondo anche nei momenti più bui.
Come ci ricorda la prima lettura, i santi sono una «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani» (Ap 7,9).
Celebrando i Santi, la Chiesa, prima di tutto, ci invita a riflettere sulla grande speranza, che anima i cristiani e che si fonda sulla risurrezione di Cristo: Cristo è risorto e anche noi saremo con lui. E ci ricorda la personale e universale vocazione alla santità, che ciascuno è chiamato a percorre in maniera unica e irripetibile.
Basta pensare all’inesauribile varietà di doni e di storie concrete che ci presentano le sante e i santi: ognuno ha sviluppato la sua risposta alla chiamata alla santità secondo la propria personalità.
Per essere santi non basta essere persone per bene, senza essere persone buone. E non basta neppure essere persone buone, se non si spende la vita per gli altri, mettendo a frutto i propri talenti, con i limiti e le imperfezioni che sempre ci accompagnano.
Come diceva Carlo Acutis: «Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie».
La mamma di Carlo Acutis – morto nel 2006 a 15 anni a causa di una leucemia fulminante e proclamato santo nel 2025 – ha ripetuto più volte nelle sue recenti interviste che suo figlio aveva i suoi difetti e non era un ragazzo perfetto o irraggiungibile.
Carlo era un adolescente che ha affrontato le stesse passioni e fatiche dei suoi coetanei. A scuola a volte tendeva a parlare troppo e i professori dovevano richiamarlo all’ordine e come moltissimi millennial (generazione dei nati tra il 1981 e il 1996) amava i computer e i videogame, ma si era imposto un limite massimo per non cadere nella dipendenza. Era un adolescente che ha scelto di orientare la sua vita verso gli altri e verso la fede, mettendo l’Eucaristia al centro della sua vita, dedicandosi al volontariato nella mensa dei poveri, aiutando con la sua paghetta i senzatetto e gli extracomunitari di Milano.
La nostra vita sulla terra ci è data per essere spesa sapendo che «chiunque segue Cristo uomo perfetto, diventa anche lui più uomo» (GS, 41). La via della santità è un cammino sulle tracce di Cristo guidato dalla speranza. È Cristo ha vissuto in relazione intima col Padre e dando sé stesso fino «alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,8).
La fede nella paternità di Dio conduce anche il credente a spendere la propria vita, a spogliarsi di ogni pretesa e a vivere in purezza di cuore, povertà di spirito, misericordia, capacità di sopportare persecuzioni e ostilità.
Ognuno è chiamato, con le proprie contraddizioni e imperfezioni, ad assumere pienamente e a custodire la realtà umana come ha fatto Gesù, «il Verbo fatto carne» (Gv 1,14).