Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 1° marzo 2026

«Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Il Signore entra all’improvviso nella vita di Abramo: gli chiede di partire, di lasciare per ricominciare, per diventare protagonista della propria vita in una feconda relazione con lui.

Abramo è chiamato a mettersi in cammino senza conoscere la meta, senza sapere dove lo porterà quel viaggio, ma capisce che davanti a lui c’è la possibilità di scrivere qualcosa di inedito per la sua vita e per quella di molti: «Farò di te una grande nazione e ti benedirò» (Gen 12,2).

Probabilmente, come accade anche noi, Abramo si era adattato a un’ordinarietà buona ma senza slanci, fatta di terra e di casa, di legami che molte volte imprigionano. In situazioni come queste, solo lasciando e mettendosi in cammino è possibile incontrare veramente sé stessi e aprirsi al futuro.

La chiamata di Abramo si pone dopo che il libro della Genesi ha narrato il tentativo umano di unirsi nella realizzazione di una sola città, con un solo potere politico per tutti e con una torre che tocca il cielo per sfidare Dio, negandone di fatto l’esistenza. Da questo tentativo fallito nasce la città di Babele – in ebraico “la confusione” – la città del caos, della violenza, della morte.

Il fatto che la chiamata di Abramo si collochi in questo confuso e contraddittorio contesto ci dice che la Bibbia, per quanto la storia possa essere negativa, ritiene sufficiente che una sola persona accolga la chiamata di Dio perché tutto possa ripartire sotto la sua benedizione.

Abramo riceve la benedizione del Signore e diviene benedizione per gli altri, addirittura per «tutte le famiglie della terra» (Gen 12,3).

Lungo il cammino della vita non è sempre facile capire dove Dio ci stia portando. Ci sono passaggi decisivi nei quali non ci resta che consegnare a lui anche le nostre aspettative, come sono chiamati a fare i discepoli di Gesù.

Per comprendere il brano del vangelo, infatti, occorre collegarlo al primo annuncio della passione, che suscita la protesta di Pietro (Mt 16,21-23), e alle condizioni poste da Gesù a coloro che intendono seguirlo: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).

L’annuncio della passione aveva sommerso i discepoli in una profonda crisi e Pietro, che si era ribellato a questa prospettiva, riceve da Gesù una dura condanna: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16,23).

È a questo punto che Gesù prende con sé Pietro Giacomo e Giovanni e sale sulla montagna e «sull’alto monte… fu trasfigurato davanti a loro» (Mt 17, 1b-2a).

Nel testo greco del vangelo si legge, alla lettera, che “ebbe una metamorfosi”. Gesù cambia radicalmente aspetto, si mostra come un altro, e i discepoli spaventati iniziano a comprendere che quel Gesù che hanno seguito mettendo su di lui tutte le loro aspettative umane è il Figlio di Dio.

Matteo presenta l’episodio della trasfigurazione come una tappa della vita di Gesù che prepara i discepoli ad affrontare il cammino della croce.

Di fronte al male che ci circonda e di fronte alla prospettiva della morte, l’immagine di Gesù che si rivela sul monte in tutta la sua gloria ci ricorda che il nostro cammino, pur travagliato, ha come meta l’incontro col Signore.

Questo brano ci dice anche come incontrare e riconoscere il Signore Gesù nella nostra vita: ascoltando Dio che ci parla attraverso le Scritture, come testimonia la presenza di Mosè ed Elia e, soprattutto, ascoltando Gesù, come indica direttamente il Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo» (Mt 17,5).

Possiamo andare alla ricerca di grandi emozioni e fare anche grandi esperienze, ma alla fine – come accaduto a Pietro, Giacomo e Giovanni – davanti a noi rimane «Gesù solo» (Mt 17,8). E lui è tutto.

Don Momigli

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