Don Giovanni Momigli

Omelia 8 settembre 2026 – Natività di Maria

Festa della Natività della Beata Vergine Maria – Patrona della Parrocchia di Santa Maria a Scandicci (Mi 5,1-4   Sal 12  Rm 8,28-30   Mt 1,1-16.18-23)

La festa liturgia della Natività di Maria è un invito alla gioia: in Maria che nasce si comincia a intravedere la piena realizzazione del disegno di Dio Padre: renderci «suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo» e «ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1, 5.10). Per questo, con il salmista ciascuno di noi può cantare «esulterà il mio cuore nella tua salvezza, canterò al Signore, che mi ha beneficato» (Sal 13,6).

La liturgia di questa festa, però, non indirizza il nostro sguardo su Maria ma su Gesù. E lo fa collocando Gesù nel solco di una genealogia che da Abramo porta fino a Giuseppe, «lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo» (Mt 1,18).

Tutto la vita di Maria è tesa alla volontà di Dio e tutto di lei conduce a Gesù: ogni sua esperienza, ogni sua parola e ogni suo gesto. Per questo Maria, quando guardiamo a lei, ci indica sempre Gesù, centro della nostra fede e fonte di salvezza: «non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12).

La genealogia riportata dall’evangelista Matteo ci fa capire come lo Spirito guida la storia anche attraverso vie contorte e ci fa prendere coscienza che ciascuno di noi, come Maria e lo stesso Gesù, siamo discendenti di persone che ci hanno trasmesso le umane caratteristiche che ci distinguono e che siamo chiamati a coltivare e far crescere in «età, sapienza e grazia» (Lc 2.52).

Tutti siamo diversi come origine, esperienza, sensibilità, modo di ragionare e anche di credere. San Carlo Acutis, morto di leucemia a soli quindici anni, ripeteva spesso: «Tutti nascono originali ma molti muoiono come fotocopie».

Questa frase ha un significato rivoluzionario se pensiamo al conformismo che ci assorbe e al desiderio di imitazione che ci muove, come se solo omologandosi a un determinato stile di abbigliamento o di aspetto fisico (barba, piercing, tatuaggi) potessimo far emergere la nostra personalità o segnare un’appartenenza generazionale, sociopolitica o anche religiosa.

L’affermazione di Carlo Acutis pone in questione anche l’idea di imitazione che spesso accompagna la nostra pratica religiosa, l’idea che la vita di fede sia un assomigliare sempre di più a Gesù, per non dire al santo a cui siamo devoti.

L’imitazione di Cristo è un libro tardo medievale assai diffuso, che può essere letto con grande frutto. Tuttavia, nonostante l’idea di imitazione possa apparire affascinante, se non si chiarisce bene cosa si intende si rischia scivolare emotivamente in un grande inganno e può anche far nascere il sentimento di colpa per non esserci riusciti.

Non si può prendere in prestito l’identità degli altri. Ognuno ha la sua vita, che non si esprime cercando di copiare una vita che non è stata pensata per noi. Quello che può e deve essere imitato è il processo di abbandono di Gesù alla volontà del Padre.

Guardare a Maria e alle opere dei santi è certamente «utile per stimolarci e motivarci, ma non perché cerchiamo di copiarle, in quanto ciò potrebbe perfino allontanarci dalla via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi» (Gaudete et exultate, 11)

Maria con la sua storia e la sua vita ci dimostra che cosa significa essere discepoli rispondendo a una chiamata che è solo per lei: diventare la Madre del Figlio di Dio.

Come Maria, facendosi carico della nostra storia, siamo chiamati a vivere il nostro essere discepoli dell’unico Signore Gesù Cristo, testimoniando e consegnando al mondo quella sintesi di fede e vita che solo ciascuno di noi può dare.

Lo stesso vale per una comunità parrocchiale, costituita da persone in carne ed ossa diverse da quelle di altre comunità parrocchiali e diverse anche dalle persone che hanno costituito la stessa comunità nel passato e la costituiranno nel futuro.

Ogni comunità è chiamata a costruirsi sull’ascolto dell’unica Parola e sui Sacramenti. La forma che ogni comunità assume e il modo in cui si esprime nella concretezza è però diverso, perché è frutto della sua storia e delle persone che la compongono, come testimoniano chiaramente le lettere alle sette Chiese dell’Apocalisse, che tengono conto dei limiti, degli errori e delle potenzialità di ciascuna.

Quel che è chiesto a noi, parrocchia di Santa Maria a Scandicci che oggi celebra Maria come sua patrona, è quello che è chiesto a tutte le comunità: metterci in ascolto della parola di Cristo e di lasciarsi plasmare nella comunione dalla sua unicità. Ma non di copiare quello che fanno le altre comunità.

I punti fondamentali sono comuni, alcune pratiche possono essere simili, ma non possono essere uguali o vissute nel solito modo. Se così fosse significherebbe che abbiamo rinunciato ad assumere la chiamata personale e comunitaria che il Signore ci rivolge. Dobbiamo tenere l’omologazione non la diversità.

Maria, Madre di Cristo e Madre della Chiesa, interceda per noi.

Don Momigli

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