Solennità del Natale del Signore – Messa del giorno (Is 52,7-10 Sal 97 Eb 1,1-6 Gv 1,1-18)
È certamente più facile sintonizzarsi con lo schema narrativo dell’evangelista Luca, che trova nel presepe un riscontro visivo, che avventurarsi nelle riflessioni del Prologo del Vangelo di Giovanni, che abbiamo ascoltato.
La stupenda sintesi teologica ed esistenziale contenuta nel Prologo, non offre emozioni facili, ma consente di esplorare la profondità dell’esperienza di fede. Non restringe la visuale a un singolo aspetto della salvezza, ma ci porta al cuore dell’evento dell’incarnazione, permettendo di cogliere l’ampiezza e la profondità di un mistero che mai potrà essere compiutamente abbracciato.
Giovanni non si ferma al bambino Gesù, a un piccolo neonato fragile e indifeso, né si sofferma su Maria e Giuseppe e i pastori, e neppure sulle vicende storiche e il luogo della nascita.
L’evangelista non parte neppure dal “tempo” umano, con le vicende controverse della storia, ma ci colloca “al principio”, nell’eternità di Dio, ancor prima che vengano chiamati alla vita il cosmo e l’umanità: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1,1).
«Il Verbo si fece carne» (Gv 1,14), per condividere in tutto e per tutto la condizione umana e per essere, per tutti e per ciascuno, «irradiazione» della gloria di Dio «e impronta della sua sostanza» (Eb 1,1-6).
Ogni anno il Natale ripropone questo annuncio. E ogni anno rischiamo di ascoltarlo come un evento remoto mentre ci dibattiamo nelle questioni della nostra quotidianità. Ma Natale è annuncio della permanente e feconda vicinanza di Dio, da accogliere lasciandoci affascinare dal Verbo che si è fatto carne.
Il Prologo del Vangelo di Giovanni e la lettera agli Ebrei ci rivelano il contenuto e l’orizzonte di quanto avvenuto a Betlemme di Giudea: quel bambino che è nato da Maria è il Verbo di Dio fatto carne venuto ad abitare in mezzo a noi.
È questo il mistero dell’incarnazione che celebriamo a Natale, in tutta la sua profondità, in tutta la sua paradossale bellezza.
«In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1,4). Vita e luce sono due realtà inseparabili: una vita senza luce – senza progetto e direzione – non è più vita; così come la luce da sola non è vita.
L’evangelista Luca in modo narrativo e Giovanni in modo contemplativo e riflessivo ci presentano un dato drammatico: Gesù e il suo Vangelo possono incontrare il rifiuto: «per loro non c’era posto» (Lc 2,7); «venne tra i suoi e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11).
Ciascuno di noi deve fare i conti con le proprie tenebre personali, frutto delle proprie chiusure e debolezze e di scelte errate.
Ma ci sono anche tenebre sociali da cui bisogna guardarsi ed evitare di esserne soggiogati e risucchiati: sono quelle che Giovanni Paolo II ha chiamato strutture di peccato. E ci sono tenebre più sottili, ma non meno oscure, come il nostro adeguarsi a situazioni di radicata ingiustizia, il non ribellarsi di fronte alla corruzione, l’adattarsi in maniera acritica a modi di pensare e a modelli profondamente opposti al Vangelo, che di fatto non ci fanno accogliere il Cristo che viene, anche se celebriamo il suo Natale.
«La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Gv 1,5). Il Verbo che è vita e luce può non essere accolto, ma non può essere vinto. Nessun rifiuto, concettuale o pratico, riuscirà mai a imprigionare la luce e a far tacere la Parola della verità.
La luce di cui parla l’evangelista a proposito della Parola fatta carne – la Parola “era la luce” – va di pari passo con la gioia, come canta Isaia rivolgendosi agli israeliti in esilio.
Ma c’è di più. L’evangelista Giovanni dice con chiarezza che coloro che accolgono nella propria vita, anche quando è esigente e radicale, Gesù Cristo, Parola di Dio fatta carne, è «dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).
Essere figli è poter vedere Dio faccia a faccia. È vero: «adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio», ma alla fine del nostro cammino terreno «vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12) e godremo in pienezza di quella prossimità di Dio che nell’incarnazione del Verbo ci è già concesso di sperimentare.
A tutti l’augurio di lascarvi attrarre da Cristo che viene.