Leggendo Magnifica humanitas mi è venuta a mente una frase contenuta negli Orientamento pastorali per gli anni Novanta: «Il Vangelo è il più potente e radicale agente di trasformazione e di liberazione della storia, non in contraddizione, ma proprio grazie alla dimensione spirituale e trascendente in cui è radicato e verso cui tende» (EtC, 38). Se avessimo davvero creduto a queste parole avremmo tentato con maggiore determinazione di tradurle in scelte e azioni concrete di vita personale e comunitaria e non avrebbe preso campo quel senso di inadeguatezza e irrilevanza presente in una grossa fetta di credenti e in molte comunità cristiane.
Il mondo ha bisogno che noi cristiani crediamo davvero nella forza del Vangelo, che contribuiamo a plasmare una società più giusta e capace di custodire l’umano e che abbiamo il coraggio di raccogliere l’accorato appello che Papa Leone ci rivolge nella sua prima enciclica: «non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo» (MH, 16), «un tempo di notevole cecità spirituale e culturale» (MH, 204).
Magnifica humanitas è un documento di dottrina sociale con ampio respiro teologico, culturale e pastorale: rivisitando i fondamentali pronunciamenti magisteriali dalla Rerum novarum ad oggi, si colloca nel presente con una visione di futuro, con una riflessione lucida e profonda sulla dignità della persona umana e sul significato stesso dell’essere e del restare umani.
Come le grandi encicliche sociali, Magnifica humanitas ha un orizzonte vasto su temi e questioni della vita personale, comunitaria, civica, politica e del lavoro particolarmente urgenti «nel tempo dell’intelligenza artificiale», ma che non riguardano solamente l’IA.
Magnifica humanitas tende a ridestare le coscienze. Ricorda alla Chiesa che la dottrina sociale non è un ambito dell’evangelizzazione e della pastorale, ma dimensione essenziale dell’annuncio e della prassi a ogni livello. Pone a tutti una decisiva domanda spirituale e politica: chi guiderà il futuro, l’uomo o i sistemi che egli stesso ha costruito? Non basta, pur se necessario, regolare mercati, piattaforme e algoritmi. Occorre custodire la centralità della persona. Servono regole, ma serve soprattutto visione.
Le tecnologie contemporanee, specialmente l’intelligenza artificiale, stanno trasformando in profondità non solo l’economia e il lavoro, ma anche i processi decisionali e democratici, l’immaginario collettivo e le modalità attraverso cui gli esseri umani fanno esperienza di sé e degli altri. Non si limitano a mediare il nostro rapporto con il mondo, ma contribuiscono a trasformare il mondo e a trasformarci: modificano attenzione, percezione, memoria, relazioni sociali e persino le forme della sensibilità.
La sfida è quella di rimanere umani, evitando di normalizzare la guerra e custodendo ciò che nessuna automazione può replicare pienamente: la vulnerabilità del corpo vivente, cosciente che l’umano cresce anche attraverso il limite; la ricchezza dell’esperienza affettiva; la capacità di empatia; la relazione con l’altro e la forza del dialogo; l’apertura a un significato che eccede ogni calcolo. Una sfida che non consente di voltarsi dall’altra parte: «Ci sono situazioni nelle quali, per rimanere umani, dobbiamo abbandonare le esitazioni e prendere posizione. Ci sono conflitti in cui non è giusto rimanere neutrali e non basta ritenere di “non essere complici”» (MH, 216).
Papa Leone ci stimola guardando ogni ambito alla luce dei principi della Dottrina Sociale della Chiesa, mediante un discernimento comunitario, e ci chiama ad abitare il presente con la consapevolezza che nulla di umano ci è estraneo e che tutto può aiutare in un cammino di umanizzazione, se il nostro cuore è orientato verso Cristo, Via, Verità e Vita, e se non evitiamo il volto dell’altro.