Firenze e la Toscana: La sfida della reindustrializzazione. Sinergie nuove per un deciso cambio di passo.
Arcivescovado di Firenze – Mercoledì 25 febbraio 2026
Intervento conclusivo don Giovanni Momigli, Direttore Ufficio Problemi Sociali e Lavoro
«La vitalità di una città o di un paese è anche la vitalità del suo lavoro, perché il lavoro occupa un posto fondamentale nella vita di ogni uomo e di ogni donna». Queste parole, contenute al n° 21 del documento conclusivo del 34° Sinodo diocesano (1992), mi pare siano sufficiente a presentare l’orizzonte entro il quale si colloca questo incontro sulla reindustrializzazione.
Le grandi trasformazioni che caratterizzano questa fase storica sono frutto di una serie di profondi e specifici cambiamenti che si legano insieme. Occorre lasciarsi interrogare dalle sfide che ci raggiungono e imparare a farsi le domande giuste.
Il fatto che tutto sia interconnesso esige che i grandi cambiamenti debbono essere pensati e attuati insieme, rieducandoci al valore dei piccoli passi, prestando attenzione alla qualità delle cose che si fanno e affrontando i problemi con le motivazioni, la serietà e le competenze necessarie.
Questo incontro è stato un ulteriore focus sulla sfida che ci pone l’esigenza della reindustrializzazione, ma soprattutto intende sostenere la necessità di una sinergia fra studiosi, istituzioni e tutti i soggetti sociali, in primis imprenditori, sindacati, mondo del credito. Ciascuno con le proprie specificità, ma insieme per promuovere e sostenere lavoro di qualità e una più equa redistribuzione della ricchezza.
Per prendere decisioni anche in merito alla reindustrializzazione non si può avere come orizzonte solo la crescita del Prodotto interno lordo (PIL). Come ha rilevato recentemente il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, i progressi del Pil degli ultimi anni non vanno sottovalutati, ma non sono sufficienti a colmare le carenze strutturali né a garantire un ritorno stabile su un sentiero di crescita duratura.
Ridurre lo sviluppo alla crescita del PIL è un sentiero pericoloso e tutt’altro che inclusivo. Parlare di sviluppo significa parlare di un tema complesso, che richiede un’impostazione integrata di obiettivi e di strumenti.
Un vero sviluppo, anche quello di un territorio e di una regione, esige dinamismo nei comportamenti, una più concreta co-responsabilità collettiva e la messa al centro del lavoro e, quindi, della persona.
Il Catechismo degli adulti della CEI (pubblicato nel 1995) afferma: «Il lavoro, finalizzato a prendere possesso dell’ambiente, è per la Bibbia una dimensione costitutiva dell’uomo, come la sessualità e la socialità» (114).
Se il lavoro è dimensione costitutiva della persona, ciascuno scopre la sua “vocazione”, personale e comunitaria, non privilegiando la rendita, ma il lavoro, e con esso lo spirito di autopropulsione e di intrapresa. Il lavoro fa crescere il senso di responsabilità, lo spirito creativo e di iniziativa, la spinta alla crescita, individuale e collettiva, la necessità di mettere a frutto i talenti di cui si dispone. Non si tratta quindi di una questione ideologica o morale, ma antropologica.
È mettendo al centro il lavoro che si coltiva una vera e propria “cultura dell’impresa” e si può sviluppare una vera “impresa della cultura”, coniugando memoria e futuro, arte e tecnologia, tradizione e innovazione.
Come detto nella nota di presentazione, le parole chiave che hanno dato vita all’incontro di oggi sono visione e interazione. È necessaria una visione anche per affrontare nel modo giusto la contingenza. Ed è indispensabile l’interazione fra ruoli e competenze; fra l’esperienza di chi già lavora e le caratteristiche e i valori delle nuove generazioni che stanno entrando nel mondo del lavoro; fra comparti produttivi diversi; fra competizione e sinergia territoriale.
Nella Caritas in veritate, Benedetto XVI scriveva: «Il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell’assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno» (58).
Come sussidiarietà e solidarietà debbono stare intimamente connesse, altrettanto connessi debbono stare competizione e collaborazione. Parafrasando Aldo Moro, che arditamente parlava di “convergenze parallele”, potremmo dire che è necessaria una “competitività sinergica”.
La competitività, coltivata e sviluppata sulla base di regole chiare, deve coniugarsi con una sinergica azione territoriale. Per la competitività di un’impresa è importante che sia competitivo anche il territorio nel quale vive e opera. La creazione di un contesto favorevole e di una positiva e dinamica interazione è vitale per ogni impresa, come è fondamentale la coesione sociale.
Ringraziamo i relatori e tutti gli intervenuti, anche per la qualità dei contributi offerti. Le riflessioni, le idee, le disponibilità emerse dagli interventi rappresentano un bagaglio prezioso a cui attingere: ciascuno con la propria specificità, ma cercando di orientare insieme il cambiamento e di costruire un sistema produttivo più forte, capace di comprimere le rendite, di rafforzare il senso e la pratica del lavoro e di redistribuire più equamente la ricchezza prodotta.
Nuovo pensiero e una visione relazionale del proprio ruolo e delle proprie competenze possono davvero consentire di andare oltre le dinamiche che caratterizzano il presente e osare il futuro con una vera e propria sinergia progettuale e operativa.