Una questione seria che non si affronta solo con le limitazioni su telefonini e social
I ragazzi, la scuola e l’intelligenza artificiale: educare al digitale per educare all’umano
Il pediatra Paolo Sarti, in un suo famoso libro uscito nel 2008, scriveva: «Proprio in un’epoca in cui affermiamo di fare tanto a protezione dei nostri bambini, ci siamo ritrovati a esporli a quello che rappresenta probabilmente uno dei rischi maggiori, sia sul piano sociale che individuale: la mancanza di un adeguato bagaglio formativo e educativo…Stiamo producendo figli insicuri, inabili, poco dotati di autonomia e soprattutto poco muniti di quelle fondamentali doti che rendono gli individui forti, liberi, capaci e sociali…Crediamo di proteggerli e farli felici allontanandoli da ogni forma di limite, di frustrazione, costrizione o regola…» (Neonati Maleducati, Giunti, riedito nel 2025).Ogni genitore e ogni educatore dovrebbe meditare con molta attenzione queste parole, per relazionarsi con gli adolescenti e i giovani di oggi, che sono i bambini a cui si riferiva Sarti nel 2008, per assumere la fatica di educare e per non sfuggire alle sfide alle quali siamo chiamati in questa fase storica.
Come sottolinea Papa Leone nella Magnifica humanitas, la dimensione educativa è essenziale per custodire la dignità umana in quest’era dell’intelligenza artificiale: «Investiamo nell’educazione, che inizia da noi stessi!» (MH,238).
Formarci all’ambiente digitale anche per poter garantire ai nostri ragazzi un’educazione di qualità, a un uso della tecnologia che non elimini il limite umano, ma valorizzi la relazione, la prossimità e il volto dell’altro: più precoce è l’età in cui si inizia a utilizzare i social media maggiore è il tempo trascorso online, meno è il tempo per quella indispensabile e formativa esperienza dello “stare insieme”.
Qualche limitazione, come si sta cercando di fare, può anche essere necessaria. Ma la questione non si affronta solo con delle limitazioni. Serve una seria, responsabile e impegnativa azione educativa, che non si riduca, ad esempio, all’istruzione tecnica dei social media, giacché un uso tecnicamente corretto ma non ben orientato provoca una molteplicità di problematiche, dalla semplicità con cui si mandano in giro immagini poco convenienti alle questioni del cyberbullismo e del gioco online. E per gestire la nuova rivoluzione in atto, quella dell’intelligenza artificiale, è necessario educarci e educare a un uso consapevole, a un approccio critico, alla costante verifica di azioni e risultati.
Prendendo coscienza delle sfide in atto ci rendiamo conto che in gioco c’è la possibilità di rimanere umani in un contesto in cui le cose cambiano più rapidamente delle persone e che contribuiscono a cambiarci in modo significativo. Non possiamo ignorare che ci troviamo all’interno di un processo estremamente accelerato: ogni anno si registra più “innovazione” rispetto a tutti gli anni precedenti messi insieme. Gli esperti dicono che nei prossimi due decenni avverranno cambiamenti tecnologici così profondi da far impallidire quanto avvenuto prima.
Questo comporta che i bambini nati nel terzo millennio si troveranno ad affrontare domande e sfide che vanno ben oltre le questioni tecniche e le domande che oggi cerchiamo di abbozzare. Se, come dice padre Paolo Benanti, toccherà ai bambini di oggi dare risposta alla questione della relazione dell’umanità con il suo ambiente, con la tecnologia e con sé stessa, sicuramente tocca a noi fornire a questi bambini un “adeguato bagaglio formativo e educativo”.
Ancora possiamo decidere che valori testimoniare e verso cosa orientare le nuove generazioni. Non possiamo attendere oltre. Non ci sono più alibi per la mediocrità. «Nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)» (MH, 212).
Educare al digitale non è cosa altra dall’educare all’umano: «Abbiamo tutti bisogno di formarci a vivere il digitale in modo umano, come parte integrante dell’educazione alla fede e alla vita buona del Vangelo» (MH,238).
Se come comunità cristiana non ci educhiamo e non educhiamo all’umano, e quindi anche al digitale, senza temere di «sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo» (MH, 16), al massimo possiamo continuare a trasmettere nozioni su Gesù e sul cristianesimo, ma non potremo cogliere la complessità dell’umano «alla luce del Vangelo e dell’esperienza umana» (GS, 46) e trasmettere e accompagnare alla fede nel «Verbo che si è fatto carne» (Gv 1,14).