Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 16 agosto 2026

XX domenica Tempo ordinario anno A (Is 56,1.6-7   Sal 66   Rm 11,13-15.29-32   Mt 15,21-28)

Il brano che ci viene presentato questa domenica è uno dei più difficili di tutti i vangeli. Mentre Gesù si sta dirigendo verso la regione di Tiro e di Sidone, in Fenicia, una donna inizia a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio» (Mt 15,22).

Gesù, che in precedenza era stato preso dalla compassione per le folle, questa volta appare stranamente passivo, chiuso e resistente: «non le rivolse neppure una parola» (Mt 15,23). Non riesce a smuoverlo neppure l’intervento dei discepoli che chiedono di esaudirla, per congedarla data l’insistenza con cui si pone.

Gesù appare particolarmente duro. Forse per mettere alla prova la donna e gli stessi discepoli. Oppure perché fermamente convinto sull’opportunità, in questo momento, di limitare l’annuncio del Regno e la sua azione: «Non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15,24). Anche se poi l’annuncio viene esteso a «tutti i popoli» (28,19).

Nella sua insistenza, a un certo punto la donna si avvicina e compie un gesto che mostra come per lei Gesù non è un uomo qualsiasi: «si prostrò». E, prostrata, lancia la sua invocazione: «Signore, aiutami!» (Mt 15,25). Quello della donna è il grido che nasce da una vita segnata dalla sofferenza, dal senso di impotenza di una mamma che vede la figlia tormentata dal male e non può guarirla.

Nonostante questo, Gesù rivela ancora una volta una durezza crudele. Arriva perfino a chiamarla “cane”, con un appellativo particolarmente ingiurioso che gli ebrei riservavano a quanti non appartenevano al loro popolo: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini» (Mt 15,26).

La reazione di Gesù nei confronti della donna giunge inaspettata e sorprende: a prima vista sembra che Gesù non sia esente da pregiudizi e che la sua identità israelitica prenda il sopravvento.

Ma la donna, pur trattata in questo modo, vive la prova senza demordere: «È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni» (Mt 15,27). Questa donna gioca tutta sé stessa, il suo cuore, la sua mente, la sua fede per la guarigione di sua figlia. Riprende la stessa espressione di Gesù (“cagnolini”), ma la volge a suo favore.

Gesù davanti a tutto questo sembra quasi arrendersi e dichiara tutta la sua meraviglia, il suo stupore: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (Mt 15,28).

Il modo inedito con cui viene tratteggiato l’atteggiamento di Gesù in questo brano manifesta che l’intenzione dell’evangelista è quella di impressionare il lettore in modo che si faccia delle domande e per mettere in risalto che la fede può arrivare a sciogliere ogni durezza e vincere ogni chiusura.

La durezza con cui si è posto Gesù ho consentito alla donna di provocare e di esprimere una fede che arriva anche a “convertire” Gesù.

Questo brano, in tutta la sua durezza, ci porta a capire che chi ha davvero fede affronta tutto, anche il vero o apparente rifiuto di colui in cui si crede. E ci fa capire che la nostra appartenenza e le nostre idee non possono mai diventare un muro per tenere l’altro fuori dalla nostra vita.

La donna, che si è mossa in costante atteggiamento di supplica (grida, si avvicina, si prostra) per la guarigione della figlia, diviene segno di ogni persona che grida il suo dolore, il suo bisogno di essere ascoltata, riconosciuta e accolta. Questa donna è pure il segno che la fede può manifestarsi anche in ambiti e persone che non rientrano nei nostri schemi.

Don Momigli

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