Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 5 luglio 2026

XIV Tempo ordinario anno A (Zc 9,9-10   Sal 144   Rm 8,9.11-13   Mt 11,25-30)

Nel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato Gesù inizia con un inno di benedizione e di ringraziamento al Padre per aver rivelato ai piccoli, ai semplici, il mistero del Regno dei cieli, poi svela il rapporto intimo e unico tra lui e il Padre e, infine, invita ad andare a lui per trovare sollievo e a seguirlo prendendo il “suo giogo”.

In questa fase della sua missione Gesù deve confrontarsi con i dubbi sulla sua persona avanzati da Giovanni Battista, che si trova in carcere, e con il rifiuto degli abitanti delle città del lago di Tiberiade, le prime città alle quali aveva annunciato la parola di Dio.

Di fronte a difficoltà, incomprensioni e rifiuti, Gesù non entra in una qualche “crisi”, pensando di aver fallito, come potremmo fare noi, ma reagisce con una preghiera di ringraziamento al Padre per aver consentito ai piccoli di accogliere i misteri del Regno: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).

Il Padre ha tenuto nascosti i segreti del suo Regno, della sua verità, a coloro che vengono definiti «sapienti» e «dotti», perché loro presumono di esserlo, pur essendo chiusi al mistero. Si può arrivare a sapere tante cose, ma se il cuore è chiuso, non si acquisisce la saggezza e la sapienza della vita.

Per i sapienti di Israele una persona saggia non è quella che ha studiato molto, ma quella che comprende il senso della realtà e della vita,  riconoscendo che l’esistenza è un mistero di noi che non finiremo mai di accogliere.

I «piccoli» di cui parla Gesù non sono i bambini o gli ingenui, ma quei credenti umili, senza pretese, aperti al mistero della vita e che hanno compreso che in Gesù c’è qualcosa di più di una parola umana. Sono le persone che hanno il loro cuore aperto e fiducioso verso di lui.

Di fronte alle incomprensioni e all’insuccesso umano sul piano numerico, Gesù vede quei piccoli che hanno aperto il cuore alla sua predicazione e per loro loda il Padre, con il quale rivela di vivere una totale comunione di reciprocità.

Questa comunione unica tra il Padre e il Figlio – l’uno conosce l’altro, l’uno vive nell’altro – emana bellezza e bontà. Aprire il cuore consente di contemplare questa dinamica di comunione e di avviare il cammino dietro a Gesù «mite e umile di cuore» (Mt 11,29).

Questo brano è l’unico in tutto il Vangelo in cui si parla del cuore di Gesù, che nella Bibbia indica il luogo della coscienza, l’ambito dove l’essere umano prende le decisioni più intime e dove si trova solo di fronte a Dio.

La mitezza, poi, non va confusa con la debolezza o la rassegnazione: è la capacità di vincere senza violenza, di credere nella comprensione reciproca, di scommettere sul fatto che il male si può vincere facendo il bene.

La mitezza è fiducia nel dialogo e nella pazienza, visti come unici mezzi per cambiare in meglio le situazioni. Quella proposta da Gesù è una modalità di vita che si oppone allo stile della potenza e della forza che cambia in peggio le situazioni, perché non tiene conto del diritto, della giustizia e della pace.

Andare da Gesù, prendere il suo giogo e imparare da lui, equivale a credere nel suo amore e scegliere di vivere con lui e di lui nella quotidianità: è camminando con lui, al suo passo, che la vita trova senso e ristoro, anche nei momenti di maggiore oppressione e stanchezza.

La fede in Gesù Cristo non è un’assicurazione contro le intemperie della vita, ma la scoperta della sua presenza amorosa e che il “suo” giogo è più “leggero” di quelli del mondo.

Don Momigli

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