Le amare constatazioni sulle gravi condizioni in cui si trovano persone e famiglie della nostra città, ribadite dal Vescovo Gherardo Gambelli nell’omelia di san Giovanni, descrivono bene i frutti del graduale superamento dell’idea che le città debbano essere uno spazio condiviso, sia sul piano fisico e logistico, sia su quello sociale e comunitario.
Per oltre due secoli, attraverso un processo complesso ma progressivo, le nostre città sono passate da luoghi di rigida separazione a spazi interconnessi. Da qualche decennio, però, l’idea di città condivisa ha cominciato a evaporarsi lasciando gradualmente il posto alla città-funzioni, alla città-mercato, che tende a espellere chi non ha le forze per trasformarsi da cittadino in consumatore seriale.
La città attrattiva, ma non accogliente, produce un corto circuito. L’attrattività senza accoglienza, senza interazione e senza inclusione, da risorsa si trasforma in problema. Quando manca un sano equilibrio tra presenze, strutture, servizi e spazi pubblici, la città perde la sua vivibilità, diventa “preda” di interessi individuali, accelera l’espulsione delle fasce deboli.
La città non è riducibile alla somma di finalità private, a puro aggregato di interessi individuali. E non è riducibile neppure alla funzionalità dei servizi. La città vive di relazioni: è il risultato di un insieme articolato, dinamico e creativo di “compiti svolti insieme”, facendo interagire saperi, ruoli e competenze, in una multidisciplinarietà che consente di avanzare anche in un comune sentire; è costituita dalla costante interazione di tutti coloro che le danno vita e volto: quelli che la abitano, quelli che ci lavorano, quelli che la attraversano per godere della sua bellezza. Quale può essere il volto di una città che dimentica i volti?
Per invertire di nuovo la rotta, ridando forza all’idea di città condivisa, vanno resi vivi e attuali i legami fra un senso alto della cultura e l’esercizio della misericordia, fra innovazione e consolidamento del tessuto relazionale e sociale.
Disegnare e vivere la città non è un esercizio neutro. Nessuna scelta è neutra. Non sono neutri neppure i principi della Dottrina sociale della Chiesa (bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale) ribaditi con forza da Leone XIV con Magnifica humanitas e che rappresentano un tesoro prezioso anche per ritrovare la via della città condivisa, accogliente e interattiva.
Un’idea di città alla quale dovremmo tutti ispirarsi nel pensarla e nel viverla, è sicuramente quella che traspare dal discorso di Giorgio La Pira ai fiorentini, tenuto in Palazzo Vecchio il 6 novembre 1954: «Amate la vostra città come parte integrante, per così dire, della vostra personalità. Voi siete piantati in essa, in essa saranno piantate le generazioni future che avranno da voi radice: è un patrimonio prezioso che voi siete tenuti a tramandare intatto, anzi migliorato ed accresciuto, alle generazioni che verranno. Ogni città racchiude in sé una vocazione e un mistero…. Amatela come si ama la casa comune destinata a noi ed ai nostri figli. Custoditene le piazze, i giardini, le strade, le scuole: fate che il volto di questa vostra città sia sempre sereno e pulito».