Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 14 giugno 2026

XI Tempo Ordinario anno A (Es 19,2-6   Sal 99   Rm 5,6-11   Mt 9,36-10,8)

«Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore» (Mt 9,36). Da questa compassione per un’umanità sofferente e che non sa quale strada prendere nasce la missione che Gesù affida agli apostoli.

Gesù invia i suoi perché siano il segno di quell’amore che lui è venuto ad annunciare e manifestare, anche se non hanno niente di straordinario.

I nomi dei dodici ci ricordano che sono persone in carne ed ossa, con quello che comporta: hanno fratelli (Pietro e Andrea), hanno famiglia (figlio di Zebedeo, di Alfeo), hanno una provenienza (il cananeo), hanno un passato non proprio onorevole (Matteo il pubblicano) e uno di loro addirittura tradirà Gesù (Giuda l’Iscariota).

Gesù non invia i migliori, i più buoni e i più bravi, ma coloro che sono disponibili a seguirlo, con tutte le loro imperfezioni, i loro peccati, le loro miserie.

A queste persone Gesù affida una parola da annunciare e trasmette il suo stesso potere di guarire, di far ritornare in vita, di liberare dalle forze oscure del male: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni» (Mt 10,7-8a).

«Strada facendo». Andare. Andare sempre. Annunciare il Regno, curare, guarire, allontanare il male, sotto ogni forma. La vita cristiana è una vita di movimento e di servizio, non è compatibile con la staticità, fisica, spirituale o mentale che sia.

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8b). La vita cristiana è anche vita gratuità. La gratuità è lo stile della presenza cristiana nel mondo: deve essere lo stile della nostra presenza, a partire dagli ambienti in cui viviamo e da quelli che frequentiamo.

Dobbiamo, però, ammettere che è difficile comprendere la logica della gratuità in un contesto come l’attuale, regolato dalla logica del possesso, dello scambio e dalla monetizzazione di tutto

Bisogna crescere nella consapevolezza che tutto ciò che siamo è dono gratuito di Dio e che dobbiamo fidarci di lui. E che, allo stesso tempo, tutto è affidato alla nostra responsabilità.

Il campo di azione è sterminato e la messe è abbondante. Per questo Gesù, a coloro che invia – noi compresi – chiede anzitutto di pregare «il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9, 38).

Il lavoro è tanto e a farlo sono pochi, ma la questione prima non consiste nel domandarsi il perché della scarsità degli operai, quanto piuttosto quella di domandarsi: cosa faccio io per rispondere all’invito del Signore? cosa faccio per rendere più umano il mondo?

Il Signore non rivolge inviti astratti, ma concreti. Oggi, ad esempio, l’invito del Signore ad annunciare, guarire, allontanare il male, assume l’impegno concreto ed urgente di custodire la persona umana, come ci suggerisce Papa Leone con la sua enciclica.

«La prospettiva cristiana non si esaurisce nel denunciare il male» (MH, 210), anche se va fatto. Abbiamo una responsabilità condivisa: «La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione» (MH, 213).

Tutti possiamo, e dobbiamo, fare la nostra parte, tenendo presente che in noi «si insinua una tentazione sottile: pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo. Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà: c’è chi governa, chi decide investimenti, chi guida istituzioni, chi fa ricerca, chi educa, chi informa, chi produce; e c’è chi sembra avere soltanto la propria vita quotidiana. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)» (MH, 212).

La missione dopo duemila anni non è cambiata. Ancora oggi il Signore ci chiama a stare attenti al fondamento su cui costruiamo la nostra vita e ci manda come segni del suo progetto di salvezza, che esige l’impegno a rimanere umani.

Don Momigli

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