Solennità del Corpo e del Sangue di Cristo anno A (Dt 8,2-3.14-16 Sal 147 1Cor 10,16-17 Gv 6,51-58)
In questa festa del Corpus Domini la liturgia ci ricorda che l’Eucaristia è incontro personale e reale con il Signore risorto: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6,56).
Pur non trovando parole adatte per esprimerla, si tratta di un’esperienza che riempie la vita, che dona la vita in pienezza: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54).
È significativo che il nostro incontro più intimo e personale con il Signore risorto avvenga all’interno di una celebrazione comunitaria, in un’assemblea di donne e uomini diversi per età, cultura e provenienza: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo» (1 Cor 10,17).
Le parole dell’apostolo Paolo, ascoltate nella seconda lettura, risvegliano la nostra fede in questo mistero di comunione: «Il calice della benedizione che noi benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo?» (1 Cor 10,16).
Gesù è presente nel sacramento dell’Eucaristia per essere nostro nutrimento, per essere assimilato e diventare in noi quella forza rinnovatrice che ridona energia, voglia di rimettersi in cammino dopo una sosta o una caduta.
Le celebrazioni eucaristiche a cui partecipiamo si riducono a dei riti formali quando manca la nostra disponibilità a lasciare che il Signore ci trasformi, quando manca la necessaria disponibilità a cambiare il nostro modo di pensare e di agire.
La comunione al corpo di Cristo è segno efficace di unità, di comunione, di condivisione e ci dona quella forza che ci fa andare oltre noi stessi e le nostre resistenze.
Nutrirsi del corpo di Cristo porta a riconoscerne il mistero con il raccoglimento e l’adorazione e rende solida la dimensione comunitaria. Ma adorare senza nutrirsi sfugge al mistero e coltiva una spiritualità individualistica e astratta.
Donando sé stesso il Signore sana le nostre ferite, perché sa bene che le nostre sole forze umane non bastano e che tra i suoi discepoli ci sarà sempre la tentazione della rivalità, dell’invidia, del pregiudizio, della divisione e anche dell’indifferenza.
Partecipare all’Eucaristia esige di impegnarsi sinceramente in una fraternità vicendevole e nel rendere più umano il mondo.
«L’Amen che diciamo nella liturgia, il Corpo che mangiamo e il Sangue che beviamo, danno forma a tutta la nostra vita. L’Eucaristia è l’incontro personalissimo col Signore e, tuttavia, non è mai soltanto un atto di devozione individuale… L’Eucaristia ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della povertà e dell’emarginazione. E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, nutrita dell’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un’altra misura, custodendo legami, restituendo voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone». Così scrive Leone XIV in Magnifica humanitas (235).
Chi partecipa all’Eucaristia non può chiudersi nella propria devozione privata, che porta ad accentuare un individualismo deleterio per sé e per gli altri, ma è chiamato ad aprirsi agli altri, soprattutto in questo tempo «di notevole cecità spirituale e culturale» (MH, 204).
«Curiamo le relazioni!». È l’invito che Papa Leone ci fa nella sua Enciclica ed è condizione per vivere come un unico corpo: «In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. … il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità. Invito a custodire luoghi e tempi in cui la presenza fisica rimane decisiva: la tavola condivisa, la comunità cristiana che si raduna, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri. Sono segni di un’umanità che continua a credere che ogni corpo è tempio dello Spirito e casa di Dio, e proprio questa alleanza tra gloria e fragilità diventa criterio per valutare i modelli antropologici proposti dalla cultura attuale» (MH, 239).
Celebrare l’Eucaristia impegna a vivere attivamente da membra del corpo che è la Chiesa ed a camminare nelle vie delle nostre città come «tessitori di speranza nel nostro mondo, condividendo ciò che siamo e ciò che abbiamo, così che la presenza di Gesù cresca in mezzo a noi e prenda forma il suo Regno» (MH, 245).
Con le nostre processioni manifestiamo la nostra fede in Cristo risorto presente nel pane eucaristico e ricordiamo a noi stessi e a tutti che Dio è presente in mezzo a noi e ci accompagna sempre, chiamandoci a farci compagni dei nostri fratelli e delle nostre sorelle nelle strade della vita.