Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 31 maggio 2026

Solennità della Santissima Trinità anno A (Es 34,4-6.8-9   Dn 3,52-56   2Cor 13,11-13   Gv 3,16-18)

In questa domenica la Chiesa ci invita a contemplare l’intima natura di Dio, rivelata da Gesù Cristo.

La Scrittura ci parla di un Dio che è Padre delle sue creature: un padre dai tratti anche materni. È Figlio che si è incarnato e che cammina con l’umanità: è uno di noi. È Spirito: misteriosa presenza in ogni creatura e che è oltre ogni possibile determinazione spaziale e temporale: «Lo Spirito soffia dove vuole» (Gv 3,8).

Il nome della Trinità ci accompagna ogni giorno ed ogni celebrazione è vissuta nel nome del Dio cristiano. Basta pensare al segno della croce fatto «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo», con cui iniziamo e concludiamo la Santa Messa.

Con una festa specificamente dedicata alla Santissima Trinità, la Chiesa ci invita a lasciarci nuovamente affascinare dalla bellezza del Dio cristiano e a domandarci che senso ha per la nostra concreta vita personale e comunitaria la nostra professione di fede.

Come afferma il Concilio, il Signore Gesù «aprendoci prospettive inaccessibili alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l’unione delle Persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nell’amore. Questa similitudine manifesta che l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per sé stesso, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé» (GS 24).

La Trinità non è, prima di tutto, un mistero da investigare, ma una comunione da vivere. E questo ha conseguenze sul modo di pensarsi, di pensare e di operare.

Come scrive Papa Leone XIV nella sua enciclica Magnifica humanitas: «Fondati su Cristo, pietra viva, facciamo esperienza della potente e misteriosa azione dello Spirito Santo, e crediamo che ogni autentico sforzo umano di cooperare con Lui per il bene sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale riponiamo la nostra speranza» (MH, 2).

Il titolo dell’enciclica ci porta a contemplare l’umanità come “magnifica”, pur riconoscendo la terribile capacità di male che c’è in noi.

Questa nostra umanità è stata ed è capace di enormi tragedie e di ridurre tante persone in schiavitù nelle forme più diverse e può giungere a livelli di indifferenza, di cinismo e di crudeltà che non smettono di stupire.

L’umanità, però, è magnifica perché ogni persona ha una dignità infinita e non perde mai la capacità di amare che Dio gli ha donato creandola. La vita luminosa di tante donne e di tanti uomini che hanno dato la loro vita per amore e per la giustizia rende orgogliosi di essere umani e spinge verso il bene.

È l’apertura all’altro ci rende umani. E, come ha scritto Papa Francesco nell’Evangelii gaudium, «Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero» (EG 8).

Per custodire la dignità e per il bene dell’intera umanità è urgente aprirsi alla relazione e all’amore di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo

La fede in un Dio che in sé stesso è relazione, comunione, dono. non consente fughe dalla storia: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto» (MH 1).

Come afferma Leone XIV con estrema chiarezza, «tocca a noi assumere con lucidità e responsabilità le sfide del nostro tempo» (MH,5), abitando attivamente questo mondo e custodendo la nostra “magnifica umanità” nella relazione, nella comunione e nel dono di noi stessi.

Don Momigli

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