Don Giovanni Momigli

Domenica 17 maggio 2026

Ascensione del Signore anno A (At 1,1-11   Sal 46   Ef 1,17-23   Mt 28,16-20)

La liturgia dell’Ascensione del Signore si apre con l’inizio degli Atti degli Apostoli: un racconto che non intende descrivere la cronaca dei fatti, ma aiutare a comprendere il significato dell’evento.

Lo stesso Luca, nel suo vangelo, colloca l’Ascensione lo stesso giorno della risurrezione, anziché quaranta giorni dopo, come fa negli Atti, richiamando i quaranta giorni di Gesù nel deserto e i quarant’anni del cammino nel deserto del popolo di Israele.

L’evangelista Matteo non parla direttamente dell’ascensione, ma lega l’autorità data da Dio a Gesù con la missione che il Risorto affida ai discepoli nell’ultimo incontro, quando si ritrovano in Galilea, «sul monte che Gesù aveva loro indicato» (28,16).

Il “monte” ha una forte valenza simbolica. Su un monte Gesù ha proclamato le Beatitudini (Mt 5,1-12); sui monti si ritirava a pregare (Mt 14,23); sui monti accoglieva le folle e guariva i malati (Mt 15,29).

In questa occasione, però, non è più Gesù, il Maestro, che agisce, insegna e guarisce, ma è il Risorto che chiede ai discepoli di essere loro ad agire e annunciare, continuando la sua opera: «Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20).

Andare è l’esatto contrario di stare. Soprattutto dello stare a guardare il cielo (At 1,11) per evadere la realtà con tutte le sue crudezze. Il Risorto non dice di stare a contemplarlo in estasi, ma di portate avanti la sua missione.

I contenuti della missione affidata agli Apostoli sono chiari: annunciare, battezzare, insegnare e camminare sulla via tracciata dal Maestro, Vangelo vivo.

L’annuncio implica, presuppone ed esige la testimonianza, alla quale anche noi, discepoli di oggi, siamo chiamati per rendere ragione della nostra fede. Senza testimonianza non ci può essere nessun annuncio.

«Essi però dubitarono» (Mt 28,17). I discepoli erano tutt’altro che perfetti e sicuramente si saranno sentiti inadeguati di fronte al compito affidato, ma hanno affrontato la sfida confidando nella parola di Gesù: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

Pensando alle nostre debolezze, è naturale che anche noi possiamo dubitare e sentirsi inadeguati di fronte al compito che il Signore ci affida. Ma anche noi dovremmo confidare nel fatto che il Signore non ci lascia mai soli, che è sempre con noi.

Occorre tuttavia rivisitare le nostre aspettative, per non correre il rischio dei primi discepoli, che anche nel momento in cui Gesù sta per andare al Padre gli pongono una domanda che ormai avrebbe dovuto essere superata: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?» (At 1,6).

Come molti in Israele, anche i discepoli pensavano che la venuta del regno di Dio fosse imminente e che avesse anche una dimensione politica, nazionalista.

La tentazione di un’attesa politica e nazionalista è sempre presente, soprattutto in tempi difficili, come l’attuale, in cui siamo chiamati a misurarci con crisi di varia natura e intersecate fra loro. Ogni speranza mondana, però, è destinata a deludere

La fede nel Signore risorto apre nuovi orizzonti e prospetta una speranza che non delude: dona uno sguardo nuovo sulla vita e sulla storia, assieme alla forza, alla perseveranza e alla gioia dell’annuncio e della testimonianza.

Don Momigli

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