IV domenica di Pasqua anno A (At 2,14.36-41 Sal 22 1Pt 2,20-25 Gv 10,1-10)
Sappiamo che, per descrivere sé stesso e il nostro rapporto con lui, spesso Gesù usa delle immagini: «Io sono il pane della vita» (Gv 6,35); «Io sono la vite… Come il tralcio non può far frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me» (Gv 15,1.4),
Oggi si presenta come il buon pastore; più esattamente, come il Pastore vero, che per le sue pecore dà anche la vita.
L’immagine del pastore non era nuova nella spiritualità del mondo ebraico: ha una lunga storia biblica ed era molto usata per indicare Dio. Basta pensare al salmo che abbiamo pregato dopo la prima lettura, che affonda le sue radici ai tempi di Davide: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla» (Sal 23,1).
Il capitolo 10 di Giovanni di fatto identifica Gesù con Dio, presentandolo come il Pastore vero che ama le proprie pecore come un genitore ama i propri figli, come fa il Salmo 23 parlando di Dio.
Quando Gesù si presenta come «il pastore, quello vero», è come dicesse: tutto quello che pensate di Dio lo dovete applicare a me.
Specificando ulteriormente, Gesù aggiunge: c’è chi entra nel recinto passando dalla porta e chi «vi sale da un’altra parte» Gv 10,1). Il primo è il pastore, il secondo un estraneo, che non ama le pecore e vuole entrare per altri interessi.
Il pastore che passa dalla porta ha un rapporto familiare con le pecore e vuole che il suo gregge esca e si metta in cammino per andare ai pascoli erbosi dove trovare buon nutrimento: «le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome e le conduce fuori» (Gv 10,3).
Gesù si identifica anche con la porta dell’ovile: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9).
Gesù dice che chi non entra per la porta, che è lui, è un ladro e un brigante. Un giudizio duro rivolto ai capi religiosi e civili del popolo, per i quali le pecore non hanno un nome: sono solo pecore da tosare ed eventualmente da uccidere. Le pecore – oggi diremmo le persone – sono considerate senza nessuna dignità e libertà.
Sia la voce del Signore sia le altre voci continuamente ci raggiungono e risuonano dentro di noi, ma è necessario imparare a distinguerle: parlano lingue diverse ed hanno modi opposti per bussare alla porta del nostro cuore e della nostra mente.
La voce di Dio si propone, non si impone: ci corregge con pazienza e ci incoraggia, ci consola e alimenta la speranza.
Ogni voce diversa tenta di sedurci con emozioni allettanti, ma passeggere; ci fa credere che siamo onnipotenti, ma poi ci ritroviamo col vuoto dentro e con la convinzione di non valere.
La voce di Dio ci apre nuovi orizzonti, ma parla al presente. È come dicesse: ora puoi fare del bene, ora puoi esercitare la creatività dell’amore, ora puoi rinunciare ai rimpianti e ai rimorsi che tengono prigioniero il tuo cuore.
Le altre voci, invece, distolgono dal presente, per farci concentrare sui timori del futuro o sulle tristezze del passato, facendo nascere instabilità e paure e facendo riaffiorare amarezze, ricordi dei torti subiti e così via.
La voce di Dio e le altre voci suscitano in noi domande diverse. La voce di Dio non promette mai la gioia a basso prezzo: ci invita ad andare oltre il nostro io per trovare il vero bene e la vera pace. Le altre voci ruotano sempre attorno all’io, alle sue pulsioni, ai suoi bisogni, al tutto e subito, muovendo sempre la stessa domanda: “Che cosa mi va di fare?”.
La vita non si costruisce su cosa mi va di fare o su quello che di volta in volta mi fa stare bene, ma su cosa sono chiamato ad essere, per me e per gli altri.
La vocazione è chiamata ad essere e si snoda proprio su questo: sono amato fino alla morte e mi realizzo donando pienamente me stesso.