Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 5 aprile – Pasqua di risurrezione

Pasqua di Risurrezione (At 10,34a.37-43   Sal 117   Col 3,1-4   Gv 20,1-9)

«Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quand’era ancora buio» (Gv 20,1). Con questa indicazione ambivalente, che presenta uno sfondo di luce e di tenebra, l’evangelista vuole indicare, non tanto tempo cronologico, quanto le condizioni dell’anima.

Il passaggio dal buio alla luce non è improvviso, ma graduale e avviene attraverso l’esperienza dell’assenza: assenza della luce, del corpo di Gesù, di una parola che spieghi quanto sta accadendo.

Maria di Magdala, vedendo che la pietra del sepolcro era stata rotolata, si mise a correre per andare a dirlo a Pietro e Giovanni. Anche i due discepoli, ricevuta la sconvolgente notizia, uscirono e – dice il Vangelo – «correvano insieme tutti e due» (Gv 20,4).

I protagonisti dei racconti della Pasqua corrono. Questo “correre” esprime la preoccupazione per la scomparsa del corpo del Signore e la spinta del cuore, l’atteggiamento interiore di chi si mette alla ricerca di Gesù.

Gesù è risorto dalla morte e non si trova più nel sepolcro. Bisogna cercarlo altrove. Questo è l’annuncio della Pasqua: Cristo è risorto e non lo si può trovare nel sepolcro, che è il luogo dei morti.

Per accogliere il Risorto nella nostra vita non si può avere una disposizione statica, un pacifico accomodarsi in qualche rassicurazione religiosa.

La Pasqua ci consegna al movimento, ci spinge a correre come Maria di Magdala e come i discepoli. Ci invita ad avere occhi capaci di “vedere oltre”, per scorgere Gesù, il Vivente, come il Dio che si rivela e che si fa presente, ci parla, ci precede, ci sorprende.

Come Maria di Magdala, ogni giorno possiamo fare l’esperienza di perdere il Signore, ma ogni giorno possiamo correre per cercarlo ancora, sapendo con certezza che Gesù si fa trovare e ci illumina con la luce della sua risurrezione.

Nel contesto drammatico nel quale stiamo vivendo, nasce spontaneo l’interrogativo su cosa concretamente significa, oggi, incontrare e testimoniare il Risorto.

Il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato parla di notte e buio, che stanno per cedere alla luce del mattino. Parla di pietra poderosa, ma ribaltata e che non rinchiude più nulla. Di teli – segni della morte – che non legano più nessuno. Di discepoli che corrono. Di occhi che vedono, di cuori che credono e della Scrittura che si svela alla comprensione piena: è un brano pieno di slancio e di vita.

Siamo chiamati a leggere la realtà alla luce dell’incontro con il Risorto, anche oggi. Direi soprattutto oggi.

L’annuncio della risurrezione che risuona con forza anche in questo nostro tempo, non dice che non faremo esperienza di morte, nelle sue diverse forme: è annuncio di una vita nuova, luminosa, che emerge dalle ceneri della morte.

In un mondo sempre più avvitato in una spirale di paura e vendetta, di logiche di potere e di esclusione, accogliere l’annuncio della risurrezione significa testimoniare, con la vita e con le opere, di appartenere al mondo voluto e creato da Dio, dove «amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno» (Sal 85,11).

La risurrezione non è solo gioia, annuncio, dono, esperienza. È anche responsabilità.

Se essere credenti in Cristo significa avere incontrato il risorto, l’annuncio di risurrezione diventa un imperativo esistenziale, non solo anche quando la morte ci circonda, ma soprattutto quando la morte ci circonda.

È qui e ora, in questo contesto storico che siamo chiamati a riscoprire le radici e l’orizzonte che derivano dalla fede nel Risorto.

Sappiamo bene cosa sta accadendo nel mondo e guardiamo con preoccupazione e apprensione all’incapacità, e alla mancanza di volontà, di individuare soluzioni, che appaiono sempre più lontane, al costante deterioramento della situazione politica e dell’aggravarsi del disastro umanitario che si sta compiendo.

Il Vangelo parla di pietra ribaltata. Non si tratta di essere incoscienti e visionari. Si tratta di avere fede. Si tratta di credere fermamente che nonostante la piccolezza degli uomini, che si manifesta in modo infimo in chi pensa di non avere limiti, Dio non permetterà che il mondo si perda: «Non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo» (Gv 12,47).

Cristo è risorto!

Don Momigli

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