Papa Leone IV nel dopo Angelus di domenica 22 marzo ha detto con forza: «Non possiamo rimanere in silenzio di fronte alla sofferenza di così tante persone, vittime inermi di questi conflitti…La morte e il dolore provocati da queste guerre sono uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio!».
La pace va invocata dal Signore e va anche perseguita con tutte le proprie energie, fisiche, mentali, spirituali e praticando il diritto e la giustizia come suggerisce il Salmo 134, versetto 15: «Sta lontano dal male e fa il bene, cerca e persegui la pace».
Nella fase storica che stiamo vivendo, però, il diritto della forza (economica, militare, del consenso) sembra prevalere sulla forza del diritto e sulla giustizia.
L’incultura della violenza – evocata, minacciata, praticata – sta affermandosi prepotentemente nei rapporti interpersonali, nelle relazioni fra comunità e Stati e come strumento di soluzione delle controversie economiche e politiche.
«Massacrare». «Annientare». «Decimare». Sono verbi usati quotidianamente come se fossero azioni virtuose. E la guerra, sempre più tecnologica e comunicativa, penetra nell’immaginario collettivo, nel linguaggio, nelle emozioni.
Lo scenario della guerra, e il vocabolario della guerra, sono ormai il contesto nel quale scorre la nostra vita e a cui ci stiamo drammaticamente abituando, rischiando di sterilizzare la nostra umanità.
Nel suo dramma “I Giusti”, Albert Camus fa dire al rivoluzionario russo Ivan Kaliayev: «Noi uccidiamo per far sorgere un mondo dove nessuno ucciderà più. Noi accettiamo di diventare criminali perché la terra si copra finalmente di innocenti». Possiamo ancora pensare che esista “l’ultima delle guerre”, dalla quale può scaturire una pace definitiva?
Le risorse del cuore, dell’intelligenza e della creatività umana, sono più forti dell’incultura e dell’indifferenza: abbiamo tutti gli anticorpi per vincere la violenza, l’indifferenza e l’assuefazione alla guerra e abbiamo tutte le potenzialità per costruire un mondo fraterno.
Se vogliamo rimanere umani, però, c’è bisogno di uno scatto. C’è bisogno di rifiutare con chiarezza quelle narrazioni che descrivono il mondo come uno spazio solo conflittuale, per giustificare il riarmo, il protezionismo identitario e le guerre.
«Non possiamo rimanere in silenzio». Far sentire la propria voce, anche quando appare flebile o soffocata dal fragore delle armi, è un urgente compito politico, culturale e anche spirituale al quale non possiamo sottrarci.