IV domenica di Quaresima anno A (1Sam 16,1.4.6-7.10-13 Sal 22 Ef 5,8-14 Gv 9,1-41)
Il racconto della guarigione dell’uomo nato cieco offre molti spunti di riflessione, sui quali è impossibile soffermarsi. Basta dire che, ascoltato nel contesto del cammino quaresimale, questo racconto diviene il simbolo del nostro itinerario verso la Pasqua: dalle tenebre alla luce. E la luce è la persona di Gesù, che rivela sé stesso come “luce del mondo”.
In questo racconto c’è molto di più della guarigione di un uomo cieco dalla nascita. Anzitutto, c’è la rottura di Gesù con ogni concezione, in apparenza devota e che ancora oggi molti si portano dentro, che lega la malattia al peccato.
«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?», gli domandano i discepoli che ancora non hanno capito molto di Gesù. E lui prontamente risponde: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio» (Gv 9, 2-3).
L’intera narrazione, soprattutto, presenta due opposti itinerari e avanzamenti tematici, come ben sintetizzato dalle parole di Gesù verso la fine: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi» (9,39).
Il racconto, infatti, da una parte ci presenta il progressivo cammino di un cieco che recupera la vista e arriva anche alla fede, mentre dall’altra descrive il progressivo accecamento delle autorità giudaiche, che credono di vederci bene, pensano di sapere e di saper giudicare chiunque.
«Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore» (Gv 9,24). Con queste parole l’evangelista sottolinea la supponenza dei giudei, simile a quella che caratterizza tanti che si pensano credenti e che sono convinti di avere sempre la risposta a tutto. Ma è proprio questo presunto sapere che rende ciechi, impedendo un vero ascolto e un serio interrogarsi sul senso degli avvenimenti.
I Giudei, infatti, cercano solo conferme alla loro tesi, contestando la realtà – «non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista» (Gv 9,18) – e incutendo timore: «i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga» (Gv 9,22).
Parallelamente c’è il percorso interiore compiuto dall’uomo nato cieco. Il racconto, partendo dalla sua guarigione fisica, ci prende per mano e ci fa giungere, assieme al cieco, allo sguardo della fede.
Per il cieco, all’inizio, chi lo ha guarito è semplicemente «L’uomo che si chiama Gesù» (Gv 9,11). Non sa chi sia né dove si trova, ma può dire che ora vede e raccontare quello che quest’uomo sconosciuto gli ha fatto.
Nel guarirlo, però, Gesù ha violato la legge del sabato attirando su di sé le critiche dei farisei, custodi delle tradizioni, osservanti scrupolosi delle regole.
Per loro uno che non osserva il sabato non può che essere un peccatore: «Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore» (Gv 9,24). Di fronte al crescendo delle accuse nei confronti di Gesù, l’uomo nato cieco ribatte, approfondisce e fa continui passi avanti: «È un profeta!» (Gv 9,19); «Se non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla» (Gv 9,33). Tanto che alla fine viene cacciato dai Giudei.
A questo punto avviene il secondo incontro con Gesù, che gli offre la possibilità di vederlo non solo con gli occhi del corpo, ma anche con gli occhi della fede: non basta essere guariti dalla cecità fisica, perché si tratta di affidarsi a colui che solo può strapparci dalle tenebre che invadono il cuore e oscurano i nostri passi e le nostre strade.
Come ogni ebreo del tempo, anche il cieco sa che deve venire una figura misteriosa e messianica chiamata Figlio dell’uomo. Ecco perché quando Gesù gli pone direttamente la domanda, «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?» (Gv 9,35), non ha difficoltà a credere che il Figlio dell’uomo è proprio quel Gesù che lo ha appena guarito.
L’ultima parola dell’uomo nato cieco riportata dall’evangelista è proprio la parola della fede: «Credo, Signore!» (Gv 9,38). Non una fede astratta, concettuale, ma una fede intensa, piena di fiducia in una persona concreta: Gesù.
L’intero brano ci accompagna nel cammino di fede concreta e richiama all’autenticità di una testimonianza coraggiosa di vita, come quella semplice e commovente del cieco risanato.