VI domenica del Tempo Ordinario anno A (Sir 15,16-21 Sal 118 1Cor 2,6-10 Mt 5,17-37)
La liturgia ci presenta un altro brano del primo discorso programmatico di Gesù secondo l’evangelista Matteo, iniziato con la proclamazione delle Beatitudini.
Sarebbe dispersivo fermarsi sui singoli aspetti toccati in questa parte del discorso, incisivo e provocatorio. Può essere utile, invece, riflettere sulla questione della Legge nella prospettiva del Regno annunciato da Gesù: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17).
Dare pieno compimento. Per Gesù si tratta di aderire al senso intimo, profondo, della Legge; si tratta di vivere un nuovo modello di giustizia che va oltre la pura esigenza di osservare la Legge in quanto tale: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20).
Nella Scrittura la Legge non è data per limitare la libertà, ma come condizione per mantenere la libertà. La Legge non è intesa come un giogo imposto o da imporre su qualcuno, ma come un segnavia per vivere nell’ottica del bene e dell’amore, verso Dio e verso il prossimo. Pertanto, presuppone e allo stesso tempo difende la libertà dell’essere umano.
Nella Bibbia, il dono precede la Legge che è data per custodire il bene ricevuto, come emerge dalla struttura narrativa dei racconti biblici nei quali si trova un comandamento.
Già il primo comando presente in Genesi viene dopo l’abbondanza del dono. «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare» (Gen 2,16). L’osservanza del comando non serve come lasciapassare per poter mangiare dei beni del frutteto, ma come condizione per custodire il dono messo a disposizione da Dio.
In questo senso il comandamento, venendo dopo quello che Dio ha già donato, permette all’essere umano di riconoscere quel limite necessario a salvaguardare la sovrabbondanza del dono e a riconoscere il suo essere creatura.
Gesù va alla radice del senso della Legge, per evitare di cadere nel legalismo o nell’illusione di potersi sentire a posto con Dio per aver osservato qualche precetto.
Quello che Gesù propone è decisamente impegnativo ed esigente e ci conduce a esplorare le zone più nascoste e oscure della nostra esperienza umana.
Gesù, ad esempio, va oltre la proibizione dell’omicidio, attirando l’attenzione su quanto fa morire una persona, anche senza ricorrere alle armi. Si comincia con l’offesa e poi si entra in un continuo crescendo. Gesù ci riporta alla radice dell’inimicizia e della violenza, che è l’odio verso l’altro.
Stessa cosa con l’adulterio. Gesù accende una luce su ciò che lo precede e in qualche modo lo favorisce, ossia i tentativi di seduzione che passano attraverso quegli sguardi e quei contatti compiuti con lo scopo di preparare e consumare il tradimento. La vera bussola è il progetto originario di Dio.
L’agire del credente deve essere orientato a costruire e non a distruggere, ad amare e non a seminare divisioni, rancori e odio.
Gesù arriva perfino a dire che l’iniziativa della pace deve prenderla la parte offesa, se vuole che la preghiera sia realmente comunione con Dio: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24).
Il discorso di Gesù attorno al valore della Legge impone un ripensamento su come intendiamo il nostro stesso rapporto credente con Dio
Chi vuole porsi al seguito di Gesù deve avere il coraggio di tagliare quello che impedisce di entrare e mantenere una relazione positiva con Dio e con gli altri.
Il non intervenire nella propria vita, per orientarla verso la giustizia e l’amore alla luce della parola di Dio, rischia di farci cadere in un fallimento esistenziale.