Mercoledì 29 ottobre 2025 (presso “Il Fuligno” – Firenze), nell’ambito del Convegno “VIOLENZA DIFFUSA E VIOLENZA DI GENERE: UNA EMERGENZA SOCIALE E CULTURALE”, promosso dalla LUDU (Lega Internazionale per i Diritti dell’Uomo), sezione Toscana, e dall’Ordine degli Avvocati di Firenze, don Giovanni Momigli, Direttore Ufficio Problemi Sociali dell’Arcidiocesi di Firenze, ha tenutouna relazione su: La dimensione culturale e pedagogica della violenza. Il coraggio di una svolta
Quando si tratta di dinamiche culturali, di esperienza pedagogica, di azione sociale e politica è necessario stare attenti a non impantanarsi in un paralizzante dibattito sui massimi sistemi e a non essere presi dalla fretta di voler voltare subito pagina: entrambi gli atteggiamenti rischiano di non tener conto che ogni effettivo cambiamento è frutto di un processo concettuale e pratico che deve essere innescato ma che necessita di tempo.
Non tener conto che le persone hanno bisogno di vedere cambiamenti e che occorre tempo per assumere mentalità, criteri e stili diversi, in molti può causare un arretramento nelle visioni e negli stereotipi che vorremmo superare e una forte radicalizzazione delle posizioni, col rischio vengano generate quelle violenze che vorremmo combattere.
La violenza, in tutte le sue forme, rappresenta una delle questioni più urgenti e complesse del nostro tempo: non è solo un fenomeno individuale o episodico, ma affonda le sue radici in alcune dinamiche culturali, in particolari modelli educativi e in certe prassi sociali e politiche consolidate che, per essere corrette o superate, necessitano di un cammino deciso ma tutt’altro che breve.
La cronaca testimonia quotidianamente episodi di violenza, anche estrema, che coinvolgono ambiti in cui la violenza non dovrebbe trovare spazio, come quello dei rapporti di coppia, quello legato ad attività agonistiche e quello dell’adolescenza.
Quando si parla di violenza non si deve pensare solo a quella fisica: c’è la violenza economica, psicologica, simbolica e digitale. Ed occorre tener presente che la violenza assume costantemente nuove forme, sempre più sottili e pervasive.
Il bullismo, lo stalking, la manipolazione mediatica, la cyber-violenza, nonché la discriminazione, la denigrazione e perfino le minacce online, sono fenomeni che riflettono la trasformazione e l’accentuarsi delle modalità di aggressione.
La connettività attraversa tutti gli ambiti: coinvolge i giovani, la famiglia, la scuola, le formazioni sociali, le comunicazioni, la politica. I media non sono soltanto strumenti da usare, ma territori da abitare e se non li abitiamo in modo corretto e anche rispettoso degli altri le conseguenze sono spesso nefaste.
Guardare e affrontare il fenomeno della violenza da una prospettiva culturale e pedagogica significa interrogarsi sulle cause profonde, sulle possibilità di prevenzione, sulle opportunità di trasformazione di molte nostre prassi quotidiane.
Riflettere criticamente sui semi di violenza che si annidano nella cultura e nella prassi quotidiana è fondamente, ma esige maturità, onestà intellettuale e grande libertà interiore non essendo un esercizio semplice né indolore.
Quando si dicono parole e si pongono questioni che escono dai solchi del cosiddetto politicamente corretto, anche se lo si fa in modo ipotetico e interrogativo per favorire una riflessione ulteriore, c’è il rischio – spesso una certezza – di venire negativamente additati se non addirittura emarginati da certi contesti.
Eppure, solo attraverso una riflessione critica sui modelli educativi, sull’uso dei media e del linguaggio, sulle strutture sociali e su tutto quello che favorisce le chiusure individualistiche e narcisistiche, sarà possibile promuovere una cultura che mette al centro il valore e la dignità della persona: di ogni persona, di tutte le persone.
L’educazione, la valorizzazione (non solo l’accettazione) della diversità, il dialogo fra culture, anche etiche, e la promozione dei diritti umani sono vie e strumenti essenziali per invertire la rotta e costruire una cultura del rispetto, del dialogo e della solidarietà.
Le strutture sociali che producono disuguaglianza ed emarginazione e i molteplici tentativi di strumentalizzare la religione per giustificare chiusure pseudo identitarie, discriminazioni e anche guerre, costituiscono terreno fertile per il seme della violenza e richiedono – anche al di là del fattore violenza – una visione di società e di futuro profondamente diversa da quella attuale, dove il sistema e le scelte che si compiono aumentano le disuguaglianze, favoriscono la supremazia della percezione sulla realtà delle cose e rendono gli esseri umani sempre più vulnerabili.
Uno dei principali vettori culturali della violenza, su cui – a mio avviso – è necessaria una particolare attenzione, è il sistema mediatico. Film, serie televisive, videogiochi e persino notiziari spesso presentano la violenza come mezzo efficace per risolvere conflitti o come elemento spettacolare per attirare l’attenzione. Il rischio è quello di normalizzare l’aggressività, rendendola accettabile o addirittura desiderabile agli occhi di spettatori e consumatori, non solo tra i giovani.
La deriva a cui assistiamo nel mondo del web nasce prevalentemente da un collasso etico e da un’economia che premia gli eccessi, amplifica la morbosità e monetizza la violenza.
In questo contesto si collocano anche le sempre più frequenti azioni estreme. Per sfuggire all’anonimato e all’apatia, per dare un senso alla propria esistenza, per vivere forti emozioni o per moltiplicare i follower, molti giovani tendono a superare limiti e ad agire in modo eclatante, pur mettendo a forte rischio la propria vita e quella degli altri, come le cronache spesso raccontano.
Atteggiamenti come questi sono il risultato di una complessa interazione tra fattori personali, familiari, sociali e culturali che occorre indagare con molta attenzione e senza preconcetti, giacché entrano in gioco fattori che vanno dal vuoto di senso al bisogno di emotività estrema e di riconoscimento.
La progressiva perdita di punti di riferimento valoriali, etici e morali e la mancanza di un orizzonte condiviso ha lasciato molti senza una bussola, senza criteri e punti di orientamento autorevoli nella gestione dei propri comportamenti.
L’assenza di educazione civica e del senso di appartenenza a una comunità, il disinteresse verso la cultura e la superficialità e strumentalità nei rapporti umani, contribuiscono a creare un vuoto che spesso si cerca di colmare proprio con azioni eclatanti.
Al di là delle pluralità delle idee e delle culture, ciò che va rafforzato e rinnovato è il senso e la necessità di un orizzonte comune.
Le nostre democrazie sono fragili: possono essere profondamente ferite, anche a morte, non solo per colpi di stato più o meno velati o violenti, ma anche per l’azione lenta di una divisione tra i cittadini, che toglie fiducia al voler-vivere-insieme e ai necessari strumenti democratici.
Una delle minacce più grandi è la progressiva crescita della radicalizzazione delle posizioni: una forte divaricazione di vedute e di idee che divide le comunità in poli contrapposti.
La radicalizzazione si è fortemente acutizzata negli ultimi anni, portando gli opposti poli a diventare culturalmente e politicamente inospitali per chi non si accontenta degli slogan o del richiamo ai soli principi e cerca di riflettere, approfondire, elaborare e sviluppare un ragionamento per poter fare qualche passo avanti.
Si è creata una polarizzazione “affettiva”, meglio ancora, “emotiva”, come la definisce lo psicologo statunitense Jonathan Haidt. Una polarizzazione che crea comunità di noi e loro: un noi costituito da individualismi che generano tribù chiuse; un “noi non-noi” da brandire come una spada contro i “loro”.
L’idea di complementarità e molteplicità appare rara ed esigua. Stiamo perdendo la capacità di abitare le sfumature, di tollerare l’ambiguità (che spesso è una potenziale forma costruttiva per avviare i primi passi), di convivere con la complessità.
Serve una sorgente vitale che alimenti il senso del limite, della responsabilità, della solidarietà e il coraggio di osare vie nuove che tengano insieme pluralismo democratico e vitalità etica, cultura laica e senso religioso
Quello su cui è necessario riflettere con serietà, per la sua gravità e pervasività, non è tanto e solo il conflitto, ma la sua degenerazione.
Nella vita quotidiana e sui media sembra dominare l’aggressività, spopolano gli urlatori, appare vincente chi riesce a zittire gli altri.
Basta seguire un qualsiasi dibattito per capire che non interessa un vero confronto. Più che affrontare con serietà le questioni, sostanziando le proprie ragioni con argomentazioni di merito, ad ognuno interessa solo prevalere, senza esclusione di colpi: si tende a incenerire l’altro, più che approfondire il merito delle questioni. E molti giornalisti ci mettono del loro, invitando ai loro talk show i personaggi più divisivi e propensi a generare caos e non a riflettere sulla sostanza delle cose.
Il conflitto viene vissuto non per trovare una sintesi superiore, come sarebbe naturale, ma con scontri pregiudiziali e in modo sempre più barbaro, anche perché l’inciviltà e la barbarie, sovente, sono paganti, come è stato acutamente rilevato e argomentato: «Una risorsa strategica di grande valore nelle mani degli attori che, a vario titolo, contribuiscono alla costruzione dello spettacolo politico… alla risorsa dell’inciviltà ricorrono non solo, o non tanto, i tradizionali esponenti politici ma anche i giornalisti, i cittadini e i gruppi organizzati. In breve, l’inciviltà è divenuta una vera e propria risorsa strategica da attivare a seconda delle circostanze e delle convenienze»[1].
L’inciviltà è divenuta una modalità di rivendicazione e lotta, che trova sempre chi la giustifica, a partire da coloro che, pur non praticandola, sostengono gli obiettivi che si pongono coloro che la praticano. Giustificando l’inciviltà di fatto si afferma la logica che il fine giustifica qualsiasi mezzo, finendo così per svilire la nobiltà del fine e di ritardare i cambiamenti.
Occorre sempre tener presente che «La cultura è qualcosa di dinamico, che un popolo ricrea costantemente, ed ogni generazione trasmette alla seguente un complesso di atteggiamenti relativi alle diverse situazioni esistenziali, che questa deve rielaborare di fronte alle proprie sfide. L’essere umano “è insieme figlio e padre della cultura in cui è immerso”»[2].
Figli e padri della cultura in cui siamo immersi, ma anziché rimanere replicanti possiamo sempre diventare madri e padri di una rinnovata cultura, favorendo un’adeguata riflessione interdisciplinare e operando nelle pieghe della quotidianità per ricostruire relazioni nuove e rendere viva la partecipazione alla riflessione e anche al governo delle cose.
Non è certamente facile in una fase storica come l’attuale, in cui sembra smarrito il senso dell’impegno per la comunità, dove si ricerca e si esalta il qui e ora e la gratificazione immediata, dove la protesta sembra aver preso il posto della proposta.
Viviamo in un clima culturale che porta a pensarsi autosufficienti e, nello stesso tempo, a sentirsi in diritto di pretendere tutto da tutti, scoprendo di essere cittadini solo quando si vuole rivendicare un diritto.
La partecipazione è faticosa: richiede tempo, informazione, approfondimento, pazienza, umiltà. L’agire politico chiede di volare alto nei riferimenti valoriali e nella visione, ma nello stesso tempo chiede di sporcarsi le mani per contribuire a gestire e governare la concretezza.
È necessaria un’opera di incarnazione dei valori che può richiedere scelte non scontate ed anche difficili e sofferte. Quando un ideale o un valore si incarna, non può che esprimersi nei limiti e nella fragilità della condizione storica delle situazioni e delle persone ed è possibile viverlo solo in modo parziale, incompiuto. Il bene possibile – se possibile è anche doveroso – per quanto minimo rispetto al bene ideale è il bene massimo rispetto alla concretezza di una situazione.
La lotta contro la violenza, pertanto, deve passare necessariamente attraverso la riflessione sul linguaggio e sulle sue implicazioni etiche. Come emerge anche da quanto detto sull’inciviltà, uno degli strumenti più potenti di legittimazione della violenza è proprio il linguaggio.
La violenza verbale e simbolica precede spesso quella fisica. Ecco perché una vera svolta culturale e pedagogica implica un cambiamento di linguaggio, la capacità di narrare il mondo in modo nuovo, di valorizzare le reti relazionali.
Alle parole violente bisogna saper rispondere con parole disarmate e dialoganti: dialogare significa scegliere la logica dell’incontro, rinnovare un orizzonte condiviso, affermare che una relazionalità e un mondo nuovo sono possibili.
Bisognerebbe anche ridare peso al senso delle parole. Ad esempio, parlare di amore criminale, amore possessivo, amore disperato sdogana una visione che svuota di senso la verità tutta positiva propria dell’amore.
Il coraggio di una svolta è, in primo luogo, un atto individuale: significa riconoscere le proprie responsabilità, interrogarsi sulle proprie scelte, aprirsi al confronto con la differenza e valorizzarla.
Ma è, soprattutto, un impegno collettivo. I processi di cambiamento culturale e pedagogico richiedono alleanze, collaborazioni solidali, movimenti sociali capaci di immaginare e praticare alternative. È necessario un lavoro condiviso tra chi educa, chi amministra, chi comunica, chi partecipa alla vita pubblica e i cittadini.
È indispensabile investire nella formazione, sapendo che i semi della formazione daranno frutto nei tempi lunghi.
Proprio per i suoi tempi lunghi, la formazione non serve per affrontare le emergenze, ma è indispensabile per prevenirle e per effettuare quei cambiamenti che la vita sociale e una convivenza non violenta richiedono.
[1] S. Bentivegna-R. Rega, La politica dell’inciviltà, CLE Editori Laterza, 222, p 4.
[2] EG,122.