Don Giovanni Momigli

Omelia Pellegrinaggio Vicariale alla Madonna di Impruneta – 13 settembre 2025

Esaltazione della Santa Croce (Nm 21,4-9   Sal 77   Fil 2,6-11   Gv 3,13-17)

È molto significativo che il pellegrinaggio vicariale alla Madonna di Impruneta si svolga nella luce della Santa Croce. L’indulgenza giubilare concessa dalla Chiesa – che richiede un fermo distacco interiore da ogni peccato, anche veniale – deriva proprio dalla Croce di Cristo, che ci ha amato fino alla morte.

La festa che celebriamo non esalta una croce qualsiasi o tutte le croci, ma la Croce dove si è compiuto e rivelato il mistero d’amore di Dio per l’umanità: «Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16).

La parola italiana “croce” deriva dal latino crux, “tormento”. Secondo alcuni studiosi, la croce come supplizio ha origine in Mesopotamia, dove lo schiavo fuggitivo, una volta catturato, veniva inchiodato alla porta di casa del padrone. I Romani hanno usato la pena della croce su larga scala, per domare le rivolte degli schiavi e per sottomettere i popoli vinti che osavano resistere alla volontà di Roma. Sulla croce finivano ribelli e assassini.

Per noi la Croce è simbolo di fede, ma i primi cristiani avevano difficoltà a esprimere la fede con un segno di morte infamante, e ricorrevano ad altri simboli come l’ancora e il pesce. La prima rappresentazione accertata della croce come simbolo della fede cristiana, rinvenuta nella città siriana di Palmira, è del 134, un secolo dopo la morte e risurrezione di Gesù.

Guardando alla Croce di Gesù vediamo all’opera due forze. La forza negativa del male, che manifesta la crudeltà a cui la persona umana può arrivare, e la forza dell’amore infinito di Dio: da quella Croce scaturisce la misericordia del Padre nella vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte.

La Croce sembra decretare il fallimento di Gesù, ma in realtà segna la sua vittoria. Sul Calvario, Gesù veniva deriso: «Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce» (Mt 27,40). Ma proprio perché Figlio di Dio Gesù si era consegnato e rimane sulla croce, fedele fino in fondo al disegno d’amore del Padre.

Quanto avvenuto sulla croce continua a sgorgare vita: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3,17). Ecco perché guardare la Croce di Gesù apre a una speranza che non ha fine: «La speranza nasce dall’amore e si fonda sull’amore che scaturisce dal Cuore di Gesù trafitto sulla croce» (Francesco, Spes non confundit,3).

Parlando del popolo in cammino nel deserto, la prima lettura inizia annotando che «il popolo non sopportò il viaggio» (Nm 21,6), iniziando a lamentarsi e ad accusare Dio e Mosè.

Chiamati a vivere nella libertà dei figli e alla piena comunione col Signore, anche noi siamo in cammino, con tutte le gioie e le sofferenze che questo cammino comporta. Quando le sfide, le esigenze e le fatiche della vita diventano particolarmente dure, anche in noi possono nascere ribellioni interiori talmente forti da essere come «serpenti brucianti» (Nm 21,6).

Nei momenti più difficile, per non soccombere, dobbiamo alzare lo sguardo e guardare con maggiore intensità alla Croce di Cristo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3,14).  Però, non è la croce che salva, ma Cristo che l’ha accolta dando su di essa la sua vita per noi. La croce da sola può anche farci precipitare ancora di più nel baratro, come accaduto a uno dei malfattori crocifissi con Gesù, che impreca e si ribella al dolore e alla morte causati dal suo stesso peccato.

La grazia del Giubileo ci consente di sperimentare come l’immensa misericordia di Dio vada oltre il perdono concessoci nel Sacramento della Riconciliazione.

Sappiamo bene che il peccato, anche quello nascosto nelle pieghe dei nostri giorni, porta con sé quella che chiamiamo pena temporale, ossia le conseguenze sul piano personale e su quello interpersonale e sociale, dando vita anche a quelle che Giovanni Paolo II ha chiamato «strutture di peccato» (Sollecitudo rei sociali, 36).

Possiamo anche dire che struttura di peccato è il clima nel quale viviamo e al quale bisogna reagire, come ieri ha detto con incisività Papa Leone nel videomessaggio in occasione della presentazione della candidatura del progetto “gesti di accoglienza” alla lista del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco: «Come alla globalizzazione dell’indifferenza Papa Francesco oppose la cultura dell’incontro, così vorrei che oggi, insieme, iniziassimo a opporre alla globalizzazione dell’impotenza una cultura della riconciliazione. Riconciliarsi è un modo particolare di incontrarsi. Oggi dobbiamo incontrarci curando le nostre ferite, perdonandoci il male che abbiamo fatto e anche quello che non abbiamo fatto, ma di cui portiamo gli effetti» (Leone XIV, Lampedusa 12 settembre 2025)

Contemplando la Croce rinnoviamo insieme la nostra fede in Gesù Cristo morto e risorto, unica salvezza del mondo, e rendiamo grazie per l’abbondanza della sua misericordia.

La grazia giubilare conceda a tutti e a ciascuno di rispondere all’amore misericordioso di Dio con l’amore misericordioso per i nostri fratelli e le nostre sorelle, così come Gesù ha risposto all’amore del Padre amandoci fino alla morte e «a una morte di croce» (Fil 2,8).

Don Momigli

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