XXI domenica Tempo Ordinario anno C (Is 66,18-21 Sal 116 Eb 12,5-7.11-13 Lc 13,22-30)
Andando verso Gerusalemme, dove sarà «consegnato nelle mani degli uomini» (Lc 9,44) e darà la sua vita sulla croce, Gesù passa per città e villaggi insegnando. Mentre annuncia il regno di Dio un tale gli domanda: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?» (Lc 13,23).
Al tempo di Gesù la questione di quanti si potessero salvare era dibattuta, interpretando le Scritture in modo diverso a seconda dei testi a cui ci si riferiva.
La risposta di Gesù, come spesso avviene nei vangeli, spiazza le attese. Non affronta la questione sul piano della quantità – “sono pochi? sono molti?” – ma sul piano della responsabilità, invitando tutti a usare bene il tempo presente: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno» (Lc 13,24).
La salvezza non è a numero chiuso: tutti possono venire salvati. Ma occorre mettersi in cammino e predisporsi a passare da una porta, che Gesù dice essere stretta.
Anzitutto non si può rimanere fermi, in quella che oggi chiameremmo la comfort zone o in una specie di situazione cenacolo: come gli apostoli si rinchiudono nel cenacolo dopo la morte di Gesù, molte comunità vivono senza nessuna intenzione di uscire dal recinto di schemi e tradizioni che si sono costruite nel tempo.
Ma non basta muovendosi: occorre impegnarsi, anzi, sforzarsi per entrare attraverso una porta stretta, assumendo la volontà decisa e perseverante di vivere secondo il Vangelo. Questo sforzo, san Paolo lo chiama «il buon combattimento della fede» (1Tm 6,12) e che consiste nell’amare Dio e il prossimo tutto il giorno e tutti i giorni.
L’immagine della porta stretta, che ritorna subito dopo in relazione al giudizio, richiama la necessità e l’urgenza della conversione.
Quando il padrone di casa, che è Dio, chiuderà la porta non sarà sufficiente accampare presunti diritti o conoscenze: «Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: «Signore, aprici!». Ma egli vi risponderà: «Non so di dove siete» (Lc 13,25).
Come sempre Gesù rovescia il nostro modo di pensare: quelli che ritenevano di essere a posto e quelli che dicevano: “ora mi sono convertito”, scoprono che la salvezza non deriva dal vivere una particolare esperienza o dal pensare di essere amici di Gesù per le nostre “pratiche” religiose, per le nostre elemosine o per aver percorso particolari itinerari biblici o spirituali.
Gesù intende far riflettere e risvegliare coloro che si adagiano in una sicurezza data da una cornice religiosa fondata su criteri umani, anziché su di lui e sulla sua parola
Non basta aver ascoltato la sua Parola, neppure averla meditata, approfondita o addirittura proclamata e insegnata agli altri. Non basta aver mangiato assieme a lui, aver celebrato l’eucaristia e tutti i sacramenti.
Gesù ci dona la sua parola per illuminare il cammino e le celebrazioni con le quali diamo lode a Dio sostengono e danno forza. La parola e le celebrazioni non sono la meta, ma “strumenti” che il Signore mette a nostra disposizione per rispondere alla sua chiamata e fare il cammino di vita secondo la sua volontà.
La Parola deve diventare luce e forza nell’esistenza di una persona, perché la giustizia e l’amore trovino espressione in tanti piccoli gesti concreti, in tante scelte quotidiane. Ed è proprio su queste scelte che verte il giudizio decisivo dato dall’immagine della porta stretta e della porta chiusa.
Chi crede in Gesù Cristo è chiamato a intessere una vera comunione con lui, pregando, partecipando alle celebrazioni con gli altri fratelli e sorelle di fede, accostandosi ai sacramenti e nutrendosi della sua Parola: tutto questo mantiene nella fede, nutre la speranza, ravviva la carità e fa spendere la vita per il bene degli altri, lottando contro ogni forma di male e di ingiustizia.
Troveremo la porta aperta se abbiamo vissuto in modo chiaramente diverso e opposto a coloro che vengono chiamati «operatori di ingiustizia» (Lc 13,27), che il padrone di casa non riconosce e lascia fuori. Anche la semplice indifferenza rende simili agli operatori di ingiustizia, perché nei fatti ci pone dalla loro parte.
L’agire di Dio ribalta le logiche umane: i primi e gli ultimi si scambiano di posto. Non si passa per la porta stretta attraverso le comode autostrade di questo mondo, neppure quando queste autostrade sono costruite da tanti mattoni fatte di atti di culto e di elemosine, se sono aride di umanità.