Assunzione della Beata Vergine Maria – Venerdì 15 agosto 2025 (Ap 11,19; 12,1-6.10 Sal 44 1Cor 15,20-26 Lc 1,39-56)
Ferragosto è nome di origine romana e deriva dal termine latino Feriae Augusti: un periodo di riposo e festeggiamenti istituito dall’imperatore Augusto, tra le fatiche appena concluse dei raccolti e quelle della imminente vendemmia e semina.
Ferragosto, pur con caratteristiche diverse, simboleggia ancora oggi il tempo del riposo, dello stacco dall’attività frenetica che caratterizza le nostre giornate, per ristorare il corpo e la mente e per coltivare l’interiorità.
Per favorire la riflessione sul senso della vita e della storia, guardando alla meta del nostro essere nel mondo, nel giorno di Ferragosto la Chiesa ci chiama a celebrare la solennità di Maria Assunta al cielo.
Come sappiamo, il libro dell’Apocalisse è il tentativo di leggere la storia con lo sguardo di Dio. Nel brano che abbiamo ascoltato si parla di «una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle» (Ap 12,1). E si parla di un drago che sembra trascinare le stelle del cielo e farle precipitare sulla terra con il suo potere distruttivo e che si pone «davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito» (Ap 12,4). Il figlio della donna, però, viene rapito verso Dio che prepara per lei un rifugio.
Il messaggio in codice, valido per tutti i tempi, è assai chiaro: non vincono i disegni dei potenti, non vince l’arroganza, non vince la morte. Gesù Cristo, con la sua morte e risurrezione, ha sconfitto il peccato e la morte.
Guardare a Maria Assunta dona fiducia nell’esito buono e positivo della storia e riguardo alla vicenda personale di ciascuno.
Quella di oggi è una festa che guarda al compimento del percorso di vita e di fede di Maria, ma soprattutto guarda l’opera d’amore che Dio ha compiuto in lei, trovandola pienamente disponibile.
La Scrittura parla di Maria sempre in relazione a Gesù, mettendo in luce la sua fede, il suo essere discepola: è ricordata per l’ultima volta all’inizio del libro degli Atti, proprio mentre si trova in preghiera insieme agli apostoli e alla prima comunità cristiana il giorno di Pentecoste (At 1,14).
L’Assunzione di Maria “in anima e corpo” è anche un invito a riconoscere il valore della corporeità. Il nostro corpo è fragile, ma può compiere grandi imprese.
La personalità di ciascuno di noi è plasmata anche grazie al nostro corpo, così come influiscono pesantemente il periodo, il luogo e l’ambiente in cui siamo nati. Le stesse scelte che abbiamo fatto sono maturate in una rete di relazioni e in contesto preciso di difficoltà e di opportunità, comprese quelle del nostro corpo.
Proclamare che Maria ha raggiunto la gloria in anima e corpo è riconoscere che, come Maria, tutto di noi è chiamato a partecipare al progetto di Dio che si compie nella piena comunione con lui.
Nell’Assunzione di Maria, quindi, possiamo contemplare il cammino da lei fatto e il traguardo ultimo della nostra esistenza terrena, ossia la glorificazione della nostra umanità in Cristo.
Ciò che è avvenuto a Maria, accadrà a ciascuno di noi nel momento della risurrezione. Per questo, il Concilio ricorda che Maria Assunta è data agli uomini come «segno di sicura speranza e di consolazione» (LG 68), perché guardando a lei, prefiguriamo nella fede la gioia e la pienezza che attende ognuno di noi, nell’incontro finale con il Signore Risorto.
Quella che oggi celebriamo, dunque, è una festa che parla di noi, del “nostro futuro” – la risurrezione dai morti – e ci parla del “nostro presente”, perché la vita da risorti comincia già adesso: col nostro sì quotidiano a quanto il Signore ci domanda, nell’accoglienza generosa e senza riserve della sua Parola, nei gesti d’amore che scegliamo di compiere, nella partecipazione responsabile alla costruzione di un mondo più giusto e fraterno.
Anima e corpo sono intrinsecamente correlati. Il pensiero biblico dà per presupposta l’inscindibile unità dell’uomo e della donna come persona. Per questo, la risurrezione di cui parla la Scrittura si riferisce alla pienezza di vita della persona, unica e indivisa.
Quando si parla di risurrezione della carne non si intende la rianimazione di un cadavere, ma l’assunzione di una corporeità profondamente diversa, pur in continuità con quella precedente.
Ogni persona è unica e irripetibile. Ed è in questa unicità e irripetibilità che siamo chiamati alla pienezza della relazione con l’infinito amore.
Consapevoli che Dio guarda a ciascuno con predilezione, rendiamogli grazie con le parole stesse di Maria: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1,46-47a).