Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 27 luglio 2025

XVII domenica Tempo Ordinario anno C (Gen 18,20-32   Sal 137   Col 2,12-14   Lc 11,1-13)

La liturgia di questa domenica ci porta a riflettere sulla preghiera: ci stimola e ci aiuta a diventare adulti anche nel nostro modo di pregare, nel modo con cui ci relazioniamo con il Dio della Bibbia e specificatamente con il Dio cristiano, che è Padre, Figlio, Spirito Santo.

I discepoli già pregavano con le formule della tradizione ebraica. Però, vedendo Gesù che costantemente si ritirava in preghiera, uno dei discepoli gli domanda: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11.1).

Gesù non dà una definizione di preghiera, né insegna una tecnica efficace per pregare ed “ottenere” qualcosa, ma invita i suoi a fare esperienza di preghiera, dicendo loro che alla radice della preghiera c’è un intimo rapporto con Dio che è Padre.

Pregare significa prima di tutto fare l’esperienza di sentirsi figli e di rivolgersi al Padre con grande libertà. La novità della preghiera cristiana è tutta qui: è dialogo tra “persone” che si amano. Un dialogo basato sulla fiducia, sostenuto dall’ascolto e aperto all’impegno solidale.

La preghiera è comunicazione intima con Dio: più questa intimità diviene profonda, più il Signore ci fa interiorizzare il suo sguardo sulla realtà e sugli esseri umani, come emerge dalla preghiera di Abramo, che abbiamo ascoltato nella prima lettura.

Il Signore ha deciso di distruggere le città di Sodoma e Gomorra a causa dei peccati dei loro abitanti, specificatamente per il rifiuto di accogliere stranieri unito alla violenza sessuale. Abramo si ribella, pensando che la distruzione non può essere la risposta al peccato e che a Sodoma e Gomorra non ci possono essere solo malvagi, anche se alla fine scoprirà che in quelle città non ci sono neppure dieci giusti.

Convinto che lo sguardo di Dio è sempre misericordioso, Abramo gli rivolge una preghiera insistente e “mercanteggia” con lui. Dio si lascia mettere in discussione da Abramo, fino ad accettare un accordo sul numero dei giusti presenti per evitare la distruzione della città: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci» (Gen 18,32).

La stessa insistenza la troviamo nella parabola dell’uomo che a mezzanotte va da un amico per chiedergli il pane necessario a sfamare una persona giunta a casa sua nella notte.

Nel racconto della Genesi e nella parabola raccontata da Gesù, la richiesta avviene in un contesto di amicizia. L’amicizia fra Dio e Abramo e l’amicizia fra chi bussa a mezzanotte e il padrone di casa.

Va pure notato che l’insistenza della preghiera non è per chiedere qualcosa per sé stessi, ma per altri: la salvezza della città per Abramo; il pane per l’amico giunto nella notte per colui che bussa a mezzanotte.

La nostra preghiera, invece, non sempre è espressione di una relazione amicale e spesso è ossessivamente centrata su noi stessi.

Gesù invita a cercare e a continuare a chiedere: chi cerca non si ritiene autosufficiente e chi chiede sa che senza Dio rischia di smarrire il senso della vita: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto» (Lc 11,9-10).

Dalla lettura della Genesi e dal Vangelo appare chiaro che la preghiera richiede persone capaci di grande libertà interiore; donne e uomini liberi, perché obbedienti ma non sottomessi. Ed appare anche chiaro che la preghiera è data da un rapporto personale, e comunitario, che diventa sempre più intimo, con Dio, che Gesù insegna a chiamarlo Padre.

«Quale padre tra voi…?» (Lc 11,11). Domanda retorica, ma non inutile: se i padri terreni danno cose buone ai figli, «quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!» (Lc 11,13).

La preghiera, dunque, è cristiana quando è preghiera di figli, è insistente ed accompagnata dalla consapevolezza che il suo esito non è la puntuale risposta ad ogni richiesta, ma una sempre maggiore scoperta della paternità di Dio e l’immenso dono dello Spirito Santo.

Don Momigli

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