Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 20 luglio 2025

XVI domenica Tempo Ordinario anno C (Gn 18,1-10   Sal 14   Col 1,24-28   Lc 10,38-42)

La vita familiare, lavorativa, sociale, e anche ecclesiale, assomiglia a un treno in corsa: agende piene di appuntamenti e scadenze; agitazioni e ansie; perdita della capacità di fermarsi, di osservare e di riflettere.

L’attività pastorale, più che sull’ascolto della parola di Dio e della concretezza della realtà, prevalentemente punta a mantenere quanto è stato fatto in precedenza, nonostante ogni anno costi più fatica a causa del cambiamento della situazione, della riduzione del numero delle persone disponibili, dalla mancanza di persone con i carismi necessari.

Se non ritroviamo il senso dell’ascolto rischiamo di affannarci e di arrivare sempre in ritardo sulla storia e a quello a cui il Signore ci chiama.

Per mettere in atto processi profondi, anche se graduali, fatti di piccoli passi, verso una finalità comunitariamente condivisa è necessario fermarsi, ascoltare, dare tempo alla riflessione e al discernimento, senza lasciarsi prendere dalla necessità di dover decidere e di fare in base alle cosiddette urgenze del momento.

Per la nostra mentalità e i nostri stili di vita, fermarsi non è facile, perché suscita critiche e malcontento da parte di chi vorrebbe seguire la strada di sempre e perché non siamo abituati ad ascoltare come si dovrebbe né la parola di Dio né la concretezza della vita.

Le nostre stesse liturgie dovrebbero essere riplasmate dentro l’ascolto della vita e della parola di Dio, in modo che le persone non siano spettatrici passive o utenti di un servizio sacramentale, ma attivamente e comunitariamente partecipi del movimento di lode e di invocazione.

Il brano del vangelo di oggi, con la figura di Marta e Maria, ci aiuta proprio a ritrovare l’equilibro e capire bene che per la vita personale e per quella delle nostre comunità non tutto ciò che è importante è anche centrale.

L’evangelista Luca colloca questo episodio all’inizio del cammino di Gesù verso Gerusalemme, subito dopo aver narrato la parabola del buon samaritano. Particolare importante per interpretare questo brano senza banalizzarlo.

L’evangelista ci dice che «mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò» (Lc 10,38). Per Luca, dunque, è Marta che ospita Gesù: un dettaglio tutt’altro che trascurabile, perché ci dice che Marta ha il carisma dell’accoglienza e dell’ospitalità.

Marta si comporta da perfetta padrona di casa e non capisce perché sua sorella Maria stia «seduta ai piedi del Signore» (Lc 10,39) ascoltando la sua parola, senza preoccuparsi di aiutarla.

A un certo punto, Marta sbotta con un diretto rimprovero a Gesù, «Signore, non t’importa nulla?», e con una diretta accusa rivolta alla sorella: mi ha «lasciata sola a servire» (Lc 10,40).

Con queste parole l’evangelista mette in luce un atteggiamento che anche oggi è molto diffuso: riversare sull’altro le proprie ansie e il proprio malcontento, presentando sé stessi come vittime.

Gesù rimprovera Marta chiamandola due volte per nome e portandola al cuore della questione: «tu ti affanni e ti agiti per molte cose» (Lc 10,41).

Marta è sommersa dalla sua voglia di fare, e di strafare, per dare agli ospiti il servizio migliore possibile e fare anche bella figura. Così facendo non si accorge che sta entrando in un vortice che la porta ad affannarsi di più e ad essere ancora più scontenta.

Gesù non intende certamente condannare l’atteggiamento di servizio proprio dopo aver narrato la parabola del buon samaritano, ma mettere in guardia dall’affanno con cui a volte viene vissuto.

È necessaria la via dell’interiorità, del rapporto personale e profondo col Signore Gesù e con la sua parola. Per questo Gesù indica a Marta la strada che dà anche al servizio la sua vera dimensione: «di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10,42).

L’ospitalità, la compassione verso l’altro, ogni nostra attività, trovano la loro centralità e il loro fondamento nella parola del Signore e nel rapporto con lui.

La corsa all’azione, a fare sempre di più, rischia di farci smarrire la sapienza e il gusto della vita e di offuscare il vero orizzonte dell’esistenza, se non siamo capaci di coltivare l’interiorità, se manca un vero ascolto della parola di Gesù e l’attenzione agli altri, se non sappiamo vivere la relazione con Gesù e con gli altri.

Don Momigli

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