Don Giovanni Momigli

Omelia domenica 12 luglio 2026

XV domenica Tempo ordinario anno A (Is 55,10-11   Sal 64   Rm 8,18-23   Mt 13,1-23)

Citando il profeta Isaia, Gesù dice ai suoi discepoli di parlare alla gente in parabole «perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono» (Mt 13,13).

Si può udire senza ascoltare e senza comprendere. Si possono udire e conoscere bene le parabole, senza comprenderle e senza accogliere la concreta forza provocatoria che intendono trasmettere. La parola di Dio non è astratta: è la persona Gesù Cristo, Verbo fatto carne. Ascoltare e accogliere la parola significa non dare mai niente per scontato, perché significa ascoltare e accogliere la persona di Gesù Cristo.

Le parabole sono facili da capire nella loro trama, ma questo può anche rappresentare un ostacolo. Fermarsi al racconto può davvero condurre a udire senza ascoltare e senza comprendere. La sola conoscenza della trama non basta per cogliere il senso profondo delle parabole: bisogna cogliere gli orizzonti che aprono, le domande che suscitano, la spinta ad agire che contengono.

Il tema della parabola del seminatore che abbiamo ascoltato ci parla dell’accoglienza della Parola, mettendo in luce la generosità del seminatore, che lancia il seme ovunque anche dove non crescerà, e le caratteristiche del terreno raggiunto dal seme, ma anche la vitalità del seme, che dove il terreno lo consente può raggiungere anche il 100% della resa.

Se il seme non diventa spiga non porta pane. Da questo punto di vista, la parabola sembra segnata dal pessimismo, dato che i primi tre esempi alludono a un evidente fallimento.

La strada, un suolo che viene continuamente calpestato, è immagine di un cuore duro, impenetrabile: il seme resta lì e non riesce nemmeno ad attecchire. Il terreno sassoso consente al seme di attecchire, anche di far nascere una piantina, ma dal momento che è poco profondo, basta poco per farlo deperire lentamente e poi morire.

C’è poi il terreno in cui ci sono le spine. Anche in questo caso c’è una giovane pianta che spunta, ma poi viene presto soffocata e la sua presenza viene meno. Non basta scegliere Cristo sotto l’impulso di un’esperienza che pur ha lasciato il segno. Una relazione autentica si verifica nel tempo, nella durata. Il successo, la ricchezza, il potere, il sogno di una vita agiata e senza sacrifici, una religiosità costante ma formale, possono essere le spine che tolgono alla pianticella le energie, la linfa di cui ha bisogno.

E c’è il terreno buono, che consente al seme di esprimere tutte le su potenzialità, arrivando a dare frutti ben oltre le più rosee previsioni. Il frutto dell’ascolto della parola, dell’accoglienza di Gesù, è il cambiamento dell’esistenza. Forse non un cambiamento pratico nelle cose quotidiane, ma sicuramente un cambiamento di orizzonte, di interiorità e di approccio alla vita.

Ascoltando la parabola potremmo essere tentati di sorvolare sulle prime tre categorie, per arrivare in fretta alla quarta. Un ascolto più attento può aiutarci a riconoscerci nei diversi terreni, quando ascoltiamo distrattamente, quando siamo incostanti, quando ci lasciamo sopraffare dalle cose quotidiane.

Una lettura ancor più attenta ci fa capire che, se è vero che molto dipende dal terreno, ossia da come accogliamo o rifiutiamo la parola di Dio, è ancor più vero che tutto dipende dal fatto che Dio ci parla continuamente, come il seminatore che non smette di seminare anche quando sa che il seme non verrà accolto.

Dio parla sempre e la sua Parola produce sempre il suo effetto. Il termine ebraico che indica la parola (davàr), contemporaneamente significa sia parola che fatto.

Il parlare di Dio è sempre anche un fare. Chi accoglie la sua Parola produce frutto, proprio per la potenza della Parola accolta.

Don Momigli

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